All’andata lasciandolo all’aeroporto il padre Tarcisio gliel’aveva detta ancora una volta quella sua frase tipica: “Se te torni sensa risultati te scaveso e gambe”. “Te scaveso e gambe” era una minaccia che ora suonava affettuosa ma in passato rappresentava la sintesi ultima della sua pratica di educazione morale. “Se i te bocia…”, “se te fe siopero a scoea…”, “se da grando te voti i comunisti…”. “L’e el metodo pestalossi” diceva spesso Tarcisio “lo go sentio nominare da me pora sorèa pì vecia che a faseva a maestra”. Quella mattina come padre, ma ancor più come titolare de la Meccanica Agricola - l’azienda di famiglia da lui fondata in gioventù – Tarcisio, in cuor suo, era orgoglioso. Aveva perfino sopportato senza troppi eccessi le due ore di coda sul nuovo passante di Mestre. “Ze a prima volta che lo fasso e semo ancora in coa, come na volta… pitipan pitipun”. Giulio da poco laureato, dopo alcuni mesi di immersione totale nell’azienda di famiglia, era riuscito a guadagnarsi un master in gestione aziendale alla London School of Economics, “no lavoretti da statai che sua a tenere in man a pena biro”. Giulio tranne che per i frequenti viaggi da turista e l’Erasmus in Spagna (“parfin i spagnoli me magna i risi in testa, pitipan pitipum”), era sempre stato in azienda e in paese. Viveva in paese anche durante l’università. Lo spriz della sera con gli amici al bar da Alfredo era un must esistenziale. Dal padre aveva assorbito la passione per l’impresa. Il suo mito. In fondo era uno dei ragazzi cresciuto col mito delle tre “I”. La Meccanica Agricola era una delle aziende più interessanti della zona. Dall’officina degli inizi in vent’anni era cresciuta molto, era diventata una PMI. Si erano spostati in zona industriale. Tarcisio aveva inventato uno speciale aratro dinamico, che si adattava alle diverse condizioni del terreno modulando inclinazioni e potenza di penetrazione. Che con gli anni era diventato una sintesi di innovazione meccanica sostenuta dall’elettronica. Vendeva molto. Anche all’estero. L’azienda aveva raggiunto i 70 dipendenti. Niente sindacati. A parte Luigi Lovato, unico iscritto, per tutti Gigielle. I lavoratori, alcuni dei quali lì da più di 20 anni, erano contenti così. Con loro trattava Tarcisio. Aveva affinato una tecnica simile a quella messa in atto con i figli. Rude e sincero. Scaltro ed efficace. A volte padrone spietato o odiosamente compassionevole, Tarcisio si riteneva un grande conoscitore di uomini. In tutto sbocaèon. Con le banche la sua strategia aveva una piccola variante: chiamava il direttore di mattina e dopo avergli fatto presente che era dalle sette che lo cercava al telefono (“che ze a matina che impiena a manina”, “che i lavori se fa col fresco”, “che ormai si peso dei statai”), gli esponeva il problema in un crescere del tono e del volume della voce che precipitava, alla fine, nell’espressione: “o te me risolvi el problema entro stamattina senò cavo el contoooooo!!! Pitipan pitipun!” Poi è arrivata la crisi mondiale. E Giulio, indietro invece ci tornò. In anticipo. Con le gambe intere. Uno dei due manager - che aveva convinto lui stesso il padre a prendere in azienda qualche anno prima, un ricercatore conosciuto all’università - , gli aveva scritto una mail: “La grossa commessa in Russia che ha fortemente esposto l’azienda dal punto di vista finanziario è saltata e con essa tutte le previsioni. Entro pochi mesi gli indici di bilancio saranno drammatici. Le banche hanno preannunciato la richiesta di un rientro delle esposizioni, senza possibilità di dilazione dei tempi. I problemi di liquidità e la scarsa solidità patrimoniale dell’azienda non ci mettono in condizioni resistere. Siamo sull’orlo del fallimento. Tuo padre non riesce a comprendere la situazione in cui siamo. Giulio, questo è il mercato. Anche questo. Lo conoscevamo dai libri. Eccolo. Davanti a una crisi come questa a volte non è sufficiente essere bravi. Non basta più l’abnegazione, l’operosità, l’intuizione imprenditoriale. Eccoli i misteri del mercato. Cieco. Spietatamente democratico”. Non ci fu verso che Tarcisio capisse. Per l’azienda si aprì la procedura fallimentare. Scattò l’angoscia dei lavoratori. Metà si iscrissero ai sindacati. Quando andavano, alle assemblee erano muti. Gigielle cercava di inventarsi qualcosa. E dopo aver organizzato le prime proteste si mise a cercare Tarcisio. Una mattina si videro loro due: “Dai femo na cooperativa, ndemo in serca de qualche lavoro anca diverso, cambiemo produsion, femo dei adattamenti ae machine. Dai Tarcisio dame na man, ti te ghe meti el capannon e i machinari, noialtri se organizemo come lavoratori”. Tarcisio non sembrava convinto. “E soite robe da sindacati, pitipan pitipun. Ve in mona ti e anca a Russia. Quea de na volta e quea de deso”. Passarono lunghi mesi di cassa integrazione. Giulio tornò a Londra a finire il master. E poi restò lì. Aveva trovato un lavoro come consulente finanziario per un multinazionale che produceva penne biro. E anche una ragazza. Una mattina, alle sei, Tarcisio telefonò a Gigielle: “Forse go trovà un lavoro in Croasia, vegno torte deso. Ndemo vedarlo”. “Deso? A ste ore?”. “Dai Gigi, casso, la rivoeusion se fa col fresco, pitipan pitipun. Tra diese minuti so là torte”. Quella mattina in macchina per tutto il viaggio stettero in silenzio. Corsero incollati all’asfalto. Intorno nuvole basse e una luce bianca, quasi baltica. Sul nuovo passante di Mestre. Totalmente vuoto. |
