“Vao un atimo fin casa a batere a femena”. Questo diceva verso le sei e quaranta di ogni santo pomeriggio Endrius, seduto con i soliti al Bar sport, in piazza.
A dire il vero non si chiama più Bar sport. Da una decina di anni l’insegna dice “Black and White” (a cui una mano poliglotta ma molto locale aveva aggiunto a pennarello “take me home”), esito di una consulenza che Alfredo – il barista più malfamato della zona - si fece fare dalla ditta che gli aveva cambiato il bancone, dato lo spatolato sui muri, riprogettato l’insegna trasformandola in un’insegna finalmente degna della modernità: un’insegna da 300 watt. Un tempo, appena sposato, Endrius (all’inizio degli anni ‘70 all’anagrafe l’avevano registrato senza battere ciglio: guai ad ostacolarla la modernità...) quella battuta la faceva mascherando un residuo di maschilismo con l’esagerazione della caricatura. Erano i tempi in cui andava in giro a scrivere sui muri “Roma Ladrona”, “...i ne ciucia el sangue” e a togliere le vocali finali ai nomi dei paesi. Erano i tempi ribelli del Senatur, il subcomandante che indicava la via. Tempi corsari, pieni di energia, di allegra aggressività nordista. La “femena” appunto aveva un incarico preciso, ereditato da una sedicente eterna tradizione famigliare: alla sera alle sette meno cinque doveva essere pronto, sennò erano guai. Perchè poi, canottiera e stuzzicadente d’ordinanza, c’era il giornaleradiodelveneto (così chiamato anche se oramai lo facevano in televisione). La moglie assecondava Endrius. A volte c’erano state discussioni sull’orario della cena ma, in fondo, erano appena sposati e forse capaci di una qualche, vitale, ormonale tolleranza reciproca. Quella che non avevano invece con Amed e famiglia, i marocchini vicini di casa con i quali continue erano le discussioni per i rumori e gli odori. Poi la moglie era rimasta “in stato” e... quante ombre, e per quanti mesi, aveva offerto al Bar sport, finito il lavoro, prima delle sei e quaranta. In quel periodo gli dicevano al bar “me racomando no sta batere a femena, speta che a compra al manco...” ma lui, saltando sullo scooter, non rispondeva. Soltanto alzava due volte il braccio come Abebe Bikila alla maratona delle olimpiadi di Roma del 1960 che aveva visto nei documentari di Sky. Era al bar quel giorno, quando al cellulare la suocera lo chiamò per le acque che si erano rotte. Erano le sei e 35, in forno il pollo di cortile comprato nella rosticceria più sfiziosa del paese. Fu una corsa all’ospedale furiosamente gioiosa. Il travaglio fu lungo, il parto difficile. Asfissia, qualcosa del genere, disse il medico. E poi qualche mese dopo una diagnosi fatta di parole antiche, difficili. Tetraqualcosa... Umberto, così lo chiamò, visse i primi anni di vita in giro da specialisti. Non sarebbe riuscito ad articolare alcun linguaggio. Non avrebbe mangiato da solo, ma imboccato anche da grande. Non avrebbe camminato. Non avrebbe usato braccia e mani. Ma i suoi occhi erano vivi, attenti, curiosi. La prima carrozzina, leggerissima e costosissima, in titanio, fu come una specie di regalo per Umberto. Endrius la volle verde. Al bar una sera Endrius venne quasi alle mani con qualcuno che lo consigliava di “mettere via” Umberto, in qualche istituto. Da allora va sempre meno al bar. Ma Alfredo lo va spesso a trovare e, soprattutto, gli procura le damigiane di vino. Da un po’ di tempo invece è costretto a frequentare la cooperativa che gestisce il centro frequentato da Umberto. Non li aveva mai sopportati quegli operatori, barba e capelli quasi lunghi, da comunisti. Ma ogni tanto, con alcuni di loro, parla di politica, della Champion, beve qualche buon spriz. Spesso deve fingere di essere un po’ alticcio quando gli si inumidiscono gli occhi, parlando con loro di Umberto, della disperata forza della moglie di vivere per il figlio. Una forza che, prima, non sapeva a lui mancasse così tanto. Un giovedì sera gli era parso strano, alla consueta riunione della Lega, di trovarne uno in sede, di quei capelloni fuori tempo massimo. Una sera fresca di giugno del 2008 Endrius segretamente avvertiva una gioia piena, irrazionale. Umberto in carrozzina ai bordi dell’orto seguiva con gli occhi il papà che strapiantava i pomodori. Il giorno prima la Lega aveva stravinto le elezioni ed in paese il risultato era stato travolgente. A dimostrazione del buon lavoro della sezione locale dei mesi precedenti. Endrius era appoggiato alla rete di recinzione che chiedeva ad Amed come aveva fatto a far venire il radicchio trevisano così buono quest’anno, mentre da dentro casa Paola, la moglie, strillava che era pronto e che non ne poteva più di dover mangiare così tardi per colpa dell’orto. Che bisognava imboccare Umberto, che ci vuole tempo. “Scusa Amed, devo proprio andare, sennò davero a me bate stavolta, te se qua no ze come da voaltri... comanda lore”. Sulla carrozzina Umberto, che aveva visto tutto, rideva come un matto. |
