Il suicidio, anche se commesso da uno sconosciuto, è un evento che tocca sempre in modo profondo. Tentare di capire questo fenomeno, le cui vere cause rimangono sempre all’oscuro perchè l’unica bocca che potrebbe eventualmente chiarirle è in silenzio, è un esercizio che si spegne nella rinuncia. È facile sentire però che, ancor più che per altri fenomeni, le sue cause hanno radici in pulsioni rintracciabili nel fondo di ognuno di noi. Forse spaventa riconoscere che qualcuno ha realizzato desideri inconfessabili, fantasie spaventose covate anche da noi in momenti in cui la sofferenza, il vuoto, la delusione sembrano diventati insopportabili. Nella nostra cultura e nel momento attuale, tra le sue cause, probabilmente ha un peso notevole il fallimento economico. Vedere che a settembre, l’inizio del nuovo anno, nel momento morente della stagione della luce, altri ripartono in modo dinamico e noi si rimane fermi, senza nulla da fare, dispera. Oppure l’impossibilità di garantire ai familiari un livello economico pari a prima, l’umiliazione di dover confessare o mostrare di non avere più i soldi di prima, l’impossibilità di onorare i debiti. Possono essere queste le cause? Si, ma in un senso più marcato di quello che non possa sembrare. Il suicidio è rimasto per tanti versi un tabù. Il che potrebbe apparire come una contraddizione in tempi in cui si fatica a credere alle regole di Dio e alle sue punizioni in caso di trasgressione. Fino a poco tempo fa era un peccato, ora pare essere la naturale conseguenza della cultura del consumo. La sua rimozione nella coscienza pubblica è, infatti, sicuramente legata ad una precisa paura: chi si uccide viene dimenticato presto, rimosso, perchè mostra l’esito di eventi in cui tutti potrebbero incorrere, eventi che spaventano nella loro possibilità reale e concreta per tutti. Tutti infatti potrebbero trovarsi per più o meno duraturi momenti a perdere la propria capacità di spesa. Questa evenienza produce più terrore delle fantasie sulla fine del mondo o sull’epidemia totale, perchè tocca il vero e proprio fondamento dell’identità, dell’essere al mondo di quest’epoca, dove il senso viene reperito a partire dal consumo, dall’acquisto, dal possesso. Se la mia identità viene definita non tanto dall’essere radicato in me stesso ma a partire da ciò che “da fuori” mi connota, mi descrive, mi caratterizza come una certa persona, con un certo “stile”, che appartiene ad un certo gruppo, perdere tutto questo significa che io mi riduco a nulla, letteralmente muoio. Perdere la possibilità di spesa è la disperazione perchè significa la morte sociale e quindi la morte individuale: io non sono più nessuno perchè non ho più nulla che mi renda riconoscibile. Tanto vale rendere definitiva una realtà che è già amaramente effettiva togliendosi la vita. Perdendo la possibilità di scoprire che si tratta di un inganno. |
