Ma siamo sicuri che il problema del cinema italiano sia imputabile al capro espiatorio di turno? Il cinema ha in realtà anticipato una crisi che non è soltanto economica come erroneamente si crede (o si preferisce credere), ed è ben oltre che crisi sistemica (un meccanismo economico ben oliato scorre fluido a inanellare crescita e benessere conformista). È di fatto la crisi culturale della società post-moderna, la società in cui viviamo. Il senso comune della storia si è ridotto in durata e intensità, la forza della memoria è sempre più esile, si tende a dimenticare molto prima, nuovi costanti stimoli si affastellano nella testa dello spettatore, che è poi - in definitiva - l’uomo contemporaneo, l’uomo che vive nella videocrazia. La necessità del mercato cinematografico è quella di creare simbiosi e identificazione, dando sfogo a sogni ed aspettative pescando nell’immaginario collettivo, nel vissuto comune; eppure, soprattutto alle generazioni più giovani (le più generose al botteghino, stando alle statistiche), si propone un certo revival cinematografico che pesca a piene mani negli anni ‘80. Come ebbe a dire il grande vecchio Monicelli (capita di rado, ma capita, che la saggezza si accompagni ancora alla vecchiaia), il cinema italiano fino agli anni ‘70 fu grande lettore della società contemporanea e buon analista della storia pregressa, ma quel potenziale di raggio agli infrarossi nei confronti della società svanisce con l’inizio degli anni ‘80. Il decennio in questione innesca una spirale di degrado culturale progressivo che si autoalimenta fino a giungere ai giorni nostri. Con il boom della TV commerciale (inizio anni ‘80), il conseguente calo di biglietti strappati al cinema, il concludersi di grandi stagioni di vissuto di una società, di vissuto anche violento ma sempre sentito e partecipato (il riferimento è agli anni di piombo), inizia l’era mediatica propriamente detta. In parallelo il cinema americano dei kolossal si misura con la più grave crisi di idee della sua storia, ben mascherata da un sapiente e imprenditoriale ripescaggio dei facili miti di una generazione target di mercato (penso ai Transformers piuttosto che ad altri fumettoni). Il cinema italiano predilige ora le ambientazioni nel recente passato (gli anni ‘80 come il Sessantotto) sentite molto sopratutto dal pubblico femminile come declinazione di una moda diversa e assolutamente superata e quindi dal potere immediatamente evocativo e nostalgico. I registi noti e quelli meno noti si cimentano col passato e tornano sempre ad esso, incapaci forse di trovare una via altra al cinema. Si racconta la Resistenza (ci ho provato anch’io, con il documentario Partigiani, del 2005) e poi il terrorismo, le brigate rosse e il banditismo, le stragi di mafia e avanti... anzi no... indietro! E quel che è peggio è che quando non si va a recuperare il passato si attinge direttamente da una TV che sopravvive grazie a quei varietà fatti di rimontaggi di vecchi varietà. Pippo Baudo all’infinito. Finito il tempo del ripescaggio, che è già crisi, arriverà il giorno in cui finiremo di riascoltare alla nausea quei vecchi successi di Gino Paoli e ci stupiremo di fronte al primo film dell’ultimo regista esordiente italiano; a quel punto qualcuno si alzerà dalla sedia, si guarderà attorno con esitazione quindi uscirà felice a dire ai passanti che “lui c’era”. |
