Vogliono andarsene in tanti, e Gloria magari ha qualche ragione in più degli altri, sopportare il razzismo è difficile quanto sopportare la violenza e la coglioneria umana riunite. Sarà banale, anzi lo è sicuramente, ma a Gloria e a tutti i giovani italiani come lei vogliamo dire, anzi dobbiamo dire, che se loro se ne vanno rimangono i peggiori. E se rimangono i peggiori, l’Italia è fottuta per sempre. Padroni a casa nostra, Gloria: è questo che noi italiani dobbiamo cominciare a dire ai razzisti, ai mafiosi, ai prepotenti di ogni risma”. (Michele Serra, Repubblica, 30 settembre ‘09). Sono una giornalista, seguo l’Alta Padovana. Fatti di cronaca: nera, bianca, giudiziaria. I racconti, molto spesso, si assomigliano: gli incidenti e i drammi, le ordinanze dei sindaci, le prese di posizione e le repliche, i maltrattamenti in tribunale, i furti e furtarelli, con i “soliti ignoti” sempre indaffarati in un remake perenne del film di Monicelli. Le storie scivolano sui giornali, i quotidiani durano poche ore, poi la pagina va nuovamente riscritta, c’è un tempo per ogni cosa, ed il tempo di un quotidiano dura un’alba. Una sola. A volte, però, qualcosa rimane. Non capita tutti i giorni, per una cronista locale, di provincia, finire sui Tg nazionali. E capita ancora meno che quello che racconti e che scrivi finisca dentro una delle rubrice più lette del giornalismo italiano. La sera del 30 settembre mi ha chiamato un amico dicendomi che Michele Serra aveva dedicato la sua Amaca a Gloria, 24 anni, di Galliera Veneta. Serra aveva letto il mio articolo ed aveva tratto lo spunto. Gloria, nel racconto del “collega” Serra, diventa un simbolo. Il simbolo di chi sta male, di chi avverte un “clima” difficile e non le si può certo dire che sia una “suggestione” indotta da una stampa ostile. Il “clima” ostile c’è, si è pure preso la briga di firmarsi. Ma dietro, oltre, nel cuore del simbolo, c’è una storia ed una persona. Io ho avuto il privilegio di conoscerla, Gloria, nella sua bellezza, nel colore della sua pelle. Ed ho raccolto quella dichiarazione che verga l’incipit dell’editoriale di Repubblica: “Stare qui è diventato difficile, voglio lasciare l’Italia”. E poi ha aggiunto: “Fino ad oggi non mi era mai capitato di sentirmi osservata, ora comincio a pensarci, a domandarmelo”. Del gesto colpisce la violenza, il suo essere mirato, premeditato: quell’auto è stata stuprata, violentata. Per sempre. “Non ci voglio più salire”. Le analisi sociologiche, culturali, politiche - come capita in questi casi - si sprecano. Ma domani è un altro giorno, nuovi fatti, nuove storie. Potremmo archiviare tutto, e Gloria dimenticherà questa faccenda spiacevole, passando le giornate di studio a Bologna, la città in cui si laurerà in Lingue, prima di volare all’estero, in una Organizzazione Internazionale, per cercare di cambiare il mondo. Sì, Gloria dimenticherà, magari mettendo un pò di chilometri tra sè e la violenza subita, un pò di spazio e un pò di tempo, e la ferita si rimarginerà. Però qualcosa potremmo fare, nel frattempo. Potremmo chiedere a Michele Serra di venirci a trovare: mica può scrivere di “Galiera” così impunemente, senza neanche conoscere i luoghi, li avrà solo sfiorati, ma non ci sarà entrato dentro, non avrà visto volti, di certo non ha visto il volto di Gloria. E con lui potremmo trascorrere qualche ora, magari a parlare di come troppo spesso il Veneto, ma pure l’Italia, venga governato nel nome della paura, dell’ossessione della paura: paura del più forte, paura del più cattivo, paura di cadere, paura di buttarsi, paura di parlare, paura di decidere, paura di incontrare, paura di condividere, paura del silenzio, paura del dissenso, paura del consenso, paura del male, paura del buio, paura. L’uomo nero è quello che accompagna un pò tutti, di questi tempi; si aggira tra di noi, vive in noi, ci rende tutti ansiosi, impauriti, fragili, precari. Paura, paura, paura: a questo punto, non ci resta che una speranza, e cioè che vada una buona volta fuorigiri il nostro istinto di sopravvivenza perennemente sollecitato, come non ci capitava dai tempi in cui eravamo scimmie e ce ne stavamo nelle caverne. |
