La tavola è di quelle lunghe un chilometro, da famiglia che si riunisce una volta all'anno. Di quelle in cui il rituale del “ti ricordi...” arriva puntuale come la messa di mezzanotte.
Questa moderna tribù è dominata da una matriarca che siede a capotavola. Appoggiata al suo bastone di legno lucido e scuro, scruta la pianura della sua progenie con il cipiglio di un papa polacco. Le si avvicina la più piccola delle nipoti, che da ore sta discutendo con le cuginette di un passato che non conosce. Cercano di sommare i ricordi, le bambine, ma è un conto che non torna. E allora si rivolge alla custode delle memorie. L'alfa e l'omega che si fronteggiano. “Nonna?” “Dime!” “E' vero che il nonno era tanto buono?” “No!” BOOOM! È come se fosse esplosa una bomba sotto il tavolo. Le conversazioni sparse si interrompono di colpo. “To nono, cara mia, me bateva tutti i giorni, da 'pena sposai”. Il tono della matrona è secco ed incontrovertibile, da articolo di enciclopedia. La piccolina - innocente ed emancipata donna di 9 anni - non riesce nemmeno ad immaginare la scena. Il resto dell'uditorio fatica altrettanto. Anche se. Anche se in realtà qualcosa si è sempre sussurrato, in famiglia. Ma con la mezza voce dedicata alle storie di streghe. La matriarca ricomincia il suo racconto di Natale. “To nono, cara mia, tornava casa imbriago. E quando era ubriaco gli piaceva alzare le mani, e in casa c'ero solo io. Eravamo poveri, non mi dava i soldi per comprare da mangiare, ma quelli per l'osteria c'erano sempre.” La piccola è incredula. Non ha mai conosciuto il nonno, e quanti tra i nipoti se lo ricordano non riescono a conciliare la memoria con il racconto. “Na sera, no ghe a gò pi' fata. Mi portavo in pancia tua zia Nina, e tua zia Maria aveva meno di un anno. Era domenica. Stavo lavando mutande e lenzuola per la famiglia Dandolo. Tuo nonno consumava i soldi per giocare a carte e bisognava pur mangiare, così io facevo la lavandaia. Mi ricordo ancora l'odore della liscivia, e il dolore alle mani, cotte dall'acqua bollente. Quella domenica, era tornato a casa prima del solito e non c'era ancora niente di pronto per cena. Si è infuriato, e ha cominciato a spingermi contro il muro fino a farmi cadere. Ho avuto paura. Non per me, che in qualche modo c'ero ormai abituata. Paura per tua zia Nina, e per tua zia Maria. Ho cercato di scappare, ma lui mi ha ributtato a terra. Allora mi sono alzata di scatto, urlando e muovendo le braccia a casaccio: volevo colpirlo ma allo stesso tempo avevo paura di farlo. E l'ho preso in piena faccia, appena sotto l'occhio. L'ho sentito solo fare un passo indietro e andare in camera, mente io scivolavo lungo il muro, fino sedermi a terra. Mi sentivo un sacco vuoto. Ricordo che sono rimasta lì tutta la notte, a piangere. La mattina dopo gli ho preparato il caffè come ogni giorno. Quando è entrato in cucina, mi ha guardato e mi ha detto solo “oncò no vao lavorare”. Aveva l'occhio gonfio e viola. Ha passato tutta la giornata nell'orto, senza rientrare nemmeno per il pranzo. Quella notte sono rimasta seduta sulla sedia vicino alla stufa. Ad addormentarmi con la testa appoggiata al tavolo come gli ubriachi in osteria. La mattina dopo la scena si è ripetuta, identica. Alla sera sono tornata in camera; la schiena mi faceva male, e poi non avevo intenzione di abbandonare il mio letto. Mi sono infilata sotto le coperte in silenzio, e lui in silenzio si è voltato dall'altra parte. Il terzo giorno è tornato al lavoro. A quelli che gli chiedevano cos'era successo, raccontava di un ciocco di legno saltato in faccia mentre preparava la catasta per l'inverno. Meglio contadino maldestro che cojon che se fa batere daea femena. Le cose sono tornate alla normalità da sole. Ma tuo nonno non è più andato in osteria e non mi ha più messo le mani addosso. E no ghi nemo pi' parlà.” Nessuno fiata. Solo una voce trova la forza di rompere il silenzio. Nina. Che ha gli occhi chiari di suo padre, ma accesi dalla stessa luce di quelli della matriarca. “No xe vero, mama, che no ghi n'avì pi' parlà...” Per tutto il tempo del racconto, Nina ha continuato a lavare le stoviglie del pranzo, dando le spalle alla platea. Nella speranza che nessuno notasse le lacrime e il tremore alle mani. Non hanno bisogno di guardarsi per intendersi. Di tutti i figli, lei è quella speciale. Quella che sa, senza aver bisogno che le venga detto nulla. È l'erede designata. La vecchia stringe ancora il suo bastone di legno lucido e scuro, quasi a cercare un appiglio nella memoria. “La note che l'è morto, o savì, el iera tranquio come mai in vita sua. Prima de indormensarse, el se ga girà, el me ga vardà fisso e el me ga dito “te me ghe fato mae, quea volta”. È una storia di donne, questa: raccontata da donne, anche se non solo per le donne della famiglia. Adesso tocca alla più piccola fare l'ultima domanda, chiudere il cerchio del tempo: “E tu cosa gli hai risposto, nonna?” “Te te o meritavi.” |
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