Rosa l’aveva conosciuto ad una di quelle gite organizzate dall’amministrazione comunale, di quelle pa i vecioti. Che poi tanto vecioti lei e Mino non erano.
Sei anni fa, quando si incontrarono la prima volta, erano due sessantenni pieni di vita, nonostante le sfortune e i dispiaceri che avevano svuotato le vite dell’uno e dell’altra, logorandole. Non smisero di vedersi, nonostante le amiche di Rosa le ripetessero in continuazione la loro disapprovazione verso quel rapporto nato troppo tardi per potersi definire sentimentale. Storcevano il naso quando li vedevano passeggiare per le strade del paese, insistevano col ricordarle che no i gera pi do tosatei, ma sorseggiavano noiosissimi caffè senza smettere di osservarli dalla vetrina del bar centrale. Forse un po’ buffi lo erano davvero, però trasmettevano gioia di vivere, quei due. E avevano ritrovato la loro gioia di vivere. Dopo un anno e mezzo decisero di sposarsi, una cerimonia semplice, in comune, loro due e i testimoni. Una scelta che avrebbe dovuto ufficializzare. E invece no. Rosa desiderava con tutta se stessa che i loro rispettivi figli e le relative famiglie sapessero della loro unione e potessero condividere con i genitori l’inebriante commozione provocata dalla ricostruzione di due vite abbandonate. Ma Mino non la pensava così. Lui sapeva cosa avrebbero pensato i suoi figli, e anche quelli di Rosa. Lui sapeva cosa sarebbe significato per loro. E come due ragazzini continuavano a nascondersi. Celavano quella nuova vita assieme, perché per loro quel matrimonio non era solo un’eredità da spartire. Per loro era troppo importante per considerarlo solo roba da notai. |
