Era appesa in tutte le stanze matrimoniali. Ma anche oggi, non in poche. Guardava cosa accadeva giù, trenta centimetri sotto la testiera.
Uno sguardo di amorevolezza, molte volte di controllo, sull’intimo degli sposi. In realtà, forse, anche lo spioncino dell’istituzione nel sancta sanctorum. A ricordare loro, che lo si fa per procreare. Esclusivamente. I piaceri, sembrava suggerire il capo reclinato di Maria, una traccia dello zampino di Venere. Non ci è dato sapere se Giuseppe fosse d’accordo. Quelle stampe sbiadite, un tantino paternalistiche e calligrafiche incorniciavano un mondo tutt’altro che perfetto. Perverso talvolta. Duro. Abbastanza misogino. Certamente impalcato. Un passato da cui ci siamo liberati postmodernamente. Eppure, quel mondo coreografato da un religiosità oberante, non ammetteva sconti all’idea. Perché ce l’aveva. E inculcava nei cuccioli assieme al latte materno una narrazione fissa, quasi un calco in cui far stare dentro la vita o almeno la sua immagine pubblica. Perché certamente le eccezioni sono sempre state la regola, da che mondo è mondo. Ma la regola, avercela, ci strappa dalla terra. Ci dona riflessi di trascendenza. Ci indica che l’uomo è più delle sue angosce e dei suoi godimenti: è ciò che dovrebbe essere e purtroppo non è.Oppure lo è qualche volta.Essere come si deve. Questo erano le sacre famiglie appese sopra il talamo degli sposi. Se la famiglia non era sacra di suo, in qualche modo quel foglietto suppliva. Una regola c’era. Un segno, un simbolo su cui tutti convergevano anche dopo l’osteria o le fughe fedifraghe tra le vigne.Ma quando si era là, Dio, patria, famiglia!Il primo si è eclissato. Della seconda non gliene frega niente a nessuno.La terza è rimasta come una patina sui nostri discorsi post-poentoni: “fasso tuto paea fameia”; “mi vardo aea me fameia”. E il massimo della vischiosità: “l’importante xé ndare d’acordo in fameia”! Untuoso perbenismo di facciata che non s’arresta neanche quando pratichiamo i nostri sport preferiti. Stantuffando nel letto dell’altra e inarcando improvvisamente lo sguardo in uno spasmo pelvico, il veneto medio incontra con lo sguardo il quadretto della Sacra Famiglia e sibila: “Santa Maria varda aea me fameia”. Quella che è rimasta a casa. Cosa non si fa per la fameia? Tutto. Tutti i lavori. A tutte le ore. Senza condizioni. “Ricevuta”? “Ma, sito mato. Go fameia seto! Go da ciaparme qualcossa! Sennò i pago tutti in tasse”. Difendiamo la famiglia dagli attacchi dei nemici: “I xè vegnesti portarne via el lavoro, stì mori de m… Intanto e nostre fameie varda alto”!Volgari paladini verbali della famiglia. Che è socialmente schizzata.Cristo santo. Santa famiglia, ora pro nobis. |
