Chissà come ha fatto a trovarla in chat. Quattordici anni, magra, metà della testa rasata, l’altra metà capelli biondi raccolti in una coda sottile: a Berlino adesso si usa così.
Caviglie scoperte sotto i leggins e un maglione che le copre i polsi e metà palmo delle mani. Fuori marzo è una centrale elettrica sfocata, parcheggi affollati e nervi tesi. “Ti ha mandato Lui?” mi chiede. “Certo, bambina.” Lui mi ha dato un indirizzo e un nome, mi ha detto che l’avrei trovata dopo scuola. Non si sono mai visti, hanno passato mesi a scriversi. A leggersi. Lui a sfogliarla come un fiore, lei a fare la ragazzina, ad adorarlo, a lasciarsi lusingare dall’attenzione di uno che potrebbe avere gli anni di suo padre e la chiama per nome, la fa sentire unica, diversa, a sua immagine e somiglianza. Poi è arrivato il momento di metterla alla prova. “Cosa devi dirmi di preciso, Gabriele?” mi chiede. Non so da dove iniziare, ma gli ho promesso che sarei andato a parlarle. Lei si accende una sigaretta, aspetta. “Avrai un figlio” le dico “e un marito putativo e anziano che si occuperà di te. Tuo figlio combinerà un sacco di casini, scapperò di casa nel deserto, dirà che il suo sangue inganna gli etilometri. Poi lo uccideranno. Ma non è nemmeno questo il problema. Il problema sei tu, bambina. Tu in tutto questo tempo dovrai rimanere pura, per amore di Lui. Potrai parlargli, scrivergli ma mai vederlo. Niente mani sotto alle gonne, niente sesso in macchina, niente venire nella bocca di un uomo. Dovrai restare un giglio, vergine come sei e come resterai, anche se darai alla luce Suo figlio.” “Va bene. Ok” mi dice. “Ma come va bene, Maria??-le dico con tenerezza-“ Ma tu lo sai come nascono i bambini, o credi ancora alle cicogne?”. “Perché… tu credi ancora che serva fare l’amore per concepire un figlio?” |
