Grembiule e classi differenziate. Classi differenziate e grembiule. Questo è stato il dibattito degli ultimi anni attorno alla scuola.
Lo studente modello? Bianco, normodotato, con un papyon blu stretto attorno al collo, fino a soffocare, in attesa della campanella per tirare il fiato. Prima, ci hanno provato con gli immigrati: non sanno l’italiano, disturbano e rallentano il programma. Poi con i disabili: non imparano e ritardano il normale svolgimento delle lezioni. La curiosa idea leghistoide di integrazione è quella dei percorsi differenziati. A scuola si forma l’identità di un ragazzo, un’identità che nasce - con buona pace dei fazzolettini verdi - dal confronto con l’altro: altro perché viene da un continente lontano oppure altro perché disabile. Si incontrano fragilità e debolezze diverse dalle proprie: solo così si può conoscere sé stessi, abbattere i muri e diventare coraggiosi. La scuola – scriveva Don Milani – è diversa dall’aula di un tribunale, perché deve formare il senso della legalità, ma anche il senso politico: la volontà di cambiare la legge. La scuola, aggiungo, non è nemmeno un locale di alta moda, un negozio di lingerie o di abbigliamento per giovani. Il carisma della scuola deve essere diverso da quello del mercato. Eppure. Qualche giorno fa scopro – in centro a Padova - una nuova aula studio, ne parlano tutti, è figlia del successo imprenditoriale del sito scuolazoo che sbeffeggia insegnanti improduttivi e esalta le gesta eroiche – come avvolgersi dentro una cartina geografica - degli studenti. Quindi, retorica del fannullismo statale, immaginario dello studente nel pieno della creatività distruttiva, un po’ di web: bum! Entro, mi guardo attorno, voglio capire, ascolto le esultanze davanti a Pes 4, mentre altri ragazzi – per lo più liceali – fanno scorrere la loro tessera magnetica, timbrano un cartellino altrimenti non si passa, c’è proprio una barriera. Quando sei dentro, però, inizia la giostra. Un piano è l’aula studio, nell’altro si può scegliere tra calcio balilla, playstation, wii e xbox. La tessera annuale è di quindici euro, poi dieci euro al mese, trasformati in fishes per comprare vestiti e oggetti di cartoleria, venduti dentro l’aula studio. Ovvio. Mi spiega tutto nei minimi dettagli una ragazza, sui sedici anni che – proprio come una commessa – si era avvicinata chiedendo se poteva essermi di aiuto. Mentre parla mi volto e leggo: pagando si impara. Non è uno slogan gelminiano (o non ancora), ma una scritta bianca su una maglietta nera, accompagnata dalla rappresentazione di un rotolo di banconote. Qualche brivido, poi quasi mi colpevolizzo di passatismo e moralismo, poi cambio idea ancora: no, vi prego, questo no. Non faccio nemmeno la pre-iscrizione per superare la porticina bianca. Snob. |
