L’assessore era stranamente rilassato, quella mattina, all’ora di ricevimento.
Di solito, invece, soprattutto quando ascoltava un interlocutore, la linea della mascella raccontava di un’anima da duro. Di quelli che quando gli parli senti già che ti stanno inserendo in uno dei cassetti della loro cassettiera mentale: vòeo schei questo, vòeo farme fare brutta figura, vòeo lampioni o asfalto? Una tassonomia a dire il vero non molto articolata, ma assolutamente efficacie vista la quantità di preferenze da lui stesso raccolta alle ultime elezioni. Quella mattina no. Quella mattina l’assessore l’era bastansa perso pal caigo. Espressione portata in terraferma da Bepi stradin, uno degli operai del comune, venesian verace di origine. Una gamba più corta dell’altra. Grande passione per le sarde in saor. Probabilmente aveva semplicemente fatto un buon sonno, l’assessore. O probabilmente stava incorrendo in uno dei rari momenti di gioia che vivono quelli che lavorano o hanno compiti ed incarichi nelle case pubbliche. Quando la vita irrompe nei luoghi della politica e la distrae. E uno, forse, guarda se stesso dal futuro vedendo l’impasto delle cose possibili. Oppure, più semplicemente, era una matina bauca, un poco imbranà. Da persi. Bepi sardea, al secolo Bepi stradin, se n’era accorto subito. Di mattina presto, quando l’assessore entrando in municipio l’aveva perfino salutato. Per questo disse a Margherita, incrociandola sulle scale, vara che no ze giornata no sta impissare foghi stamattina. Ma niente. L’irruzione di Margherita nell’ufficio degli assessori, ruppe quell’incantesimo. L’assessore dentro la scia di quella inerzia emotiva lieve non ebbe il tempo di attivare il suo consueto funzionamento tassonomico. E dunque fu colto di sorpresa. Margherita gli illustrò il suo problema tutto d’un fiato. Lei 37 anni, aveva una figlia di dieci anni, e un figlio di un anno, il terzo, gemello del secondo, era morto sei mesi prima, in ospedale. Non lo avevano mai portato a casa. Non gli avevano mai staccato le macchine dal giorno della nascita. Aveva deciso di non tornare al lavoro. Si era dimessa dall’azienda in cui lavorava. Aveva fondato un associazione che si occupava delle persone colpite da lutti, materia prima sempre a disposizione. Non lavorando aveva perso alcuni posti nella graduatoria per l’asilo nido comunale. Il gemello era rimasto fuori. Margherita sosteneva che lei occupandosi quasi a tempo pieno dell’associazione doveva avere lo stesso punteggio, come se lavorasse soto paron o in proprio. Che rivoleva il posto. Che avrebbe fatto casino. Punto. L’assessore in situazioni come queste di solito reagiva con controllata aggressività, facendo sentire all’interlocutore la sua forza, la sua potenziale capacità offensiva. Quella mattina, invece, ascoltò distratto. Disse solo: devo controllare, mi lasci controllare. Una distrazione dovuta, oltre al fattore caigo, anche dal fattore Margherita. Margherita era conosciuta come una esagerata. Attorno alle sue faccende attivava rumore, movimento. Tutto quello che le era capitato di prendere sotto la sua responsabilità aveva ricevuto una spinta, uno slancio. Aveva una innata predisposizione a vardare vanti. C’era spesso energia intorno a lei, causata da lei. Era una che tra Natale e Capodanno usava dire ormai ndemo verso l’istà, e aggiungeva, cossa vuto, dopo a befana ze carnevale, dopo ze pasqua, maggio ze qua, naltro poco torna fredo danovo. Al lavoro, dal suo ufficio amministrativo - governava di fatto tutta l’azienda - si arrabbiava sempre con il proprietario e con gli operai voialtri omini riusì a pensare al massimo entro a giornata, pi in là no ve. Gli stessi sapienti insulti sul marito: casa nol fa niente, nol pensa a niente, nol vede niente. Era una donna della cui bellezza ci si accorgeva dopo, prima veniva lei. Tra il resto, aveva le labbra più interessanti mai viste, soprattutto quando parlava. Una volta gliele fecero ritrarre in un quadro. Solo labbra, in movimento. Molto aveva preso da suo padre, Guido. Quando nacque Margherita rimase storica la sua frase: a me bocia, finia a quarta media, la imbarco suito lavorare. Qualcuno provò a obiettare per quell’eccesso di progettualità già comprensiva anche degli incidenti. Ma lui era troppo fiero e felice e scambiò quei rimbrotti per plausi. Da giovane Margherita strimpellava la chitarra. Un anno trascinò un’intera compagnia a intonare White Christmas a Rimini, in spiaggia, a fine agosto. Vardemo vanti. Papà Guido, sempre sul pezzo, quando lo seppe commentò la ze sempre sta portà pae lingue straniere. I mesi successivi la faticosa nascita del figlio gemello Margherita li aveva trascorsi per molte ore al giorno in ospedale, con l’altro bambino in braccio. In reparto era diventata una presenza necessaria. Lì dentro, in quei mesi, aveva organizzato festine per i mezzi miracoli che ogni tanto accadevano a qualcuno. Aveva poi coinvolto moltitudini distratte a partecipare ad un paio di funerali. Conosceva l’energia pulita prodotta dalla vita che brucia, no bisogna assarla ndare via par aria, come se fosse incenso. Dopo la morte del piccolo aveva fondato l’associazione. Avevano già pubblicato un paio di libretti, avviato diversi gruppi di mutuo aiuto, offerto sostegno individuale, organizzato seminari di approfondimento. Associazione Pro-getto si chiamava. Ora la sua nuova battaglia era perché fosse considerato il lavoro associativo volontario come lavoro a tutti gli effetti. Anche per lei, perché le fosse assegnato il punteggio giusto per accedere alla graduatoria ed avere il nido per il piccolo gemello. Margherita spiegava a lavoro pi de prima adesso, quasi gratis, e no pa un paron soeo, ma par tanti paroni. Intanto l’assessore rinvenne. La distrazione gioiosa di quella mattina non lo avrebbe più assalito per molto tempo. Riprese a controllare meglio mascella e cassettiera mentale. Capì che Margherita era un pericolo. Tentò di rabbonirla chiamandola un paio di volte in municipio. Fece le sue verifiche giuridico amministrative. Niente. Margherita era una casalinga, il resto del suo lavoro non poteva portare punteggio nella graduatoria per l’asilo nido. Ma ormai in Margherita era scoccata una nuova urgenza. Un nuovo varco. L’assessore usò l’arma del dileggio diffuso la ze mata, sbocaeona esagerata, a ga perso el bocia, no a capisse pi niente, ae femane co sucede serte robe… Ma lei era già in fase organizzativo progettuale. Semplicemente determinata da un tranquillo furore. Obiettivo concreto: cambiare il regolamento dell’asilo nido e i punteggi del bando per l’accesso. Raccolta firme. Assemblea pubblica. L’assessore non le diede la sala pubblica, chiusa per manutenzione, disse. Allora lei la organizzò all’aperto, nella piazza del paese. Per proteggersi preventivamente da un’altra possibile autorizzazione negata, si fece ricevere dal prefetto insieme ad un esponente di un’associazione nazionale. Nonostante la pioggia del pomeriggio e altri tentativi di sabotaggio, fu un successo. Ne avevano parlato anche i giornali locali. All’incontro, quella sera bagnata di giugno, venne un sacco di gente. L’obiettivo iniziale del regolamento da cambiare quasi rimase sullo sfondo. Non fu solo una manifestazione, ci furono molti interventi. Un sapere diffuso emerse dal fondo delle esistenze di tanti. Diventò quasi un mega gruppo di mutuo aiuto all’aria aperta. Ma si rise molto quella sera. Le lacrime da sganasso si mescolavano con gli occhi lucidi delle commozioni silenziose. Anche Margherita dette il meglio di sé. Coglionò i maschi, la morte, le donne ignare di sé. Non parlò di assessori. Alla fine la gente andò via con la precisa sensazione di avere appreso qualcosa, che in quella sera umida di tarda primavera qualcosa fosse davvero accaduto. Svuotata la piazza, tolte de sedie, riaperta la circolazione, Margherita vagava da sola a cercare chissacosa che aveva lasciato chissadove. Accatastata l’ultima transenna Bepi sardea la vide e a passo ondulato svelto – la sua velocità massima - le andò incontro, la abbracciò, disse Rita te te meriti de vardare indrio no sempre e soeo vanti. Punto. Te porto fora a magnare e te scolto. Punto. A Ciosa. Punto e virgola. Le meio sarde in saor dee tre venessie. Virgoea. Nei posti de a me giovinesa. Punto. Margherita quasi stupita rispose d’impeto sì dai, decidemo na data, subito, che ormai ndemo verso l’inverno. Poi si fermò un attimo come dubbiosa e disse a Ciosa? ma no te jeri da Venesia ti? Puntini. |
