Orario di punta in centro città. Quello trascorso ad attendere il verde del semaforo, è l’unico tempo ad essere indeterminato.
Lo sguardo si fissa su un souvenir che un pennuto di passaggio ha lasciato sul parabrezza. Sul sedile accanto è appoggiato il curriculum vitae preparato con orgoglio qualche anno fa, ai tempi della corona d’alloro e del cerchio alla testa post papiro. La mente torna indietro nel tempo. Sembra di risentire quel ritornello che piaceva tanto agli adulti. Quello che faceva: “devi studiare se vuoi trovare un buon lavoro. Ti devi laureare perché ormai non basta più neanche il diploma”. Lo canterellavano i genitori, gli zii, gli insegnanti, perfino gli estranei incontrati dal panettiere nelle afose mattine d’estate, durante le vacanze. A questo punto il dubbio era inevitabile. Magari avevano davvero ragione. L’indianino elimina dal parabrezza la prova che l’uccellino ha mal mangiato, e il semaforo diventa verde. Lungo la strada, l’attenzione viene catturata da un gruppo di giovani “abbronzati” che, muniti di guanti e mascherina, aprono i sacchi dell’immondizia e aiutano la tecnologia a separare la plastica dalla carta. Nello stesso istante, una vigorosa pressione sul pedale del freno consente il passaggio ad una ragazza dell’est mentre spinge la carrozzina di un’anziana signora. Ed è così che, alla soglia di una certa età, dopo una Triennale, una Magistrale, due stage, un Master, un bagaglio culturale il cui peso non pesa, un ennesimo colloquio conclusosi con l’ennesimo “Grazie, le faremo sapere”, il bamboccione fa ritorno alla casa del padre, parcheggia l’auto, scende, ed un profumino proveniente dalla cucina dipinge sul suo volto un sorriso giocondiano... la mamma ha fatto gli gnocchi. |
