Il giovedì stacchi prima. Arrivi trafelato, leghi la bici, sfreghi la barba sulla mia guancia. Chen ha aperto da un anno, ci diamo appuntamento sempre lì.
Fa i cappuccini con la schiuma buona, ascolta Albano e Romina. Tutti lo chiamano Marco: finiamo a darci baci di cacao amaro, a tenere a bada la fame con la schiuma. Tu, centodieci e lode in filosofia, da maggio ti pagano con un buono pasto: stai dall'altro lato della scrivania, cerchi lavoro per chi non ne ha, tu che non sei nemmeno assunto. Io, passo i giorni a cerchiare offerte di lavoro su un giornale, a preparare da mesi l'ultimo esame. Ma all'inizio era diverso. Mio padre lavorava ancora. Ci incontravamo fuori da lezione, delle sere restavi a dormire in appartamento da me: ci scrivevamo ancora lettere d'amore. Sono tornata a vivere con i miei,ora. Tu arrotondi la sera in videoteca, a consigliare film sconci ai vecchi che prendono la minima. La vicina di casa, badante moldava all'altro tavolo, il rossetto sui denti, le vene varicose strette nelle calze di nylon, ti fa un cenno, sorride, provoca. Immagini il freddo della dentiera contro la lingua. Usciamo, mi dici. Ma è incontro al buio della sera che non sappiamo più cosa dirci. Poi finisce che mi cerchi, le mani fredde sotto alla giacca. Ci amiamo in piedi, dietro il muro del Fuckyounero, all'Arcella. Dei bambini ci guardano da una finestra, non si coprono nemmeno gli occhi: da fuori dobbiamo sembrare proprio tristi, tanto da chiedere a Babbo Natale di intestarci una casa di Barbie a nostra insaputa. Tanto da lasciarci sgattaiolare nel lettone di nascosto a mamma e papà, per dormire vicini, dopo quell'amore consumato in fretta. Che non ti ricordi nemmeno più come sono fatta. In questa autunno in cui fingo sia bovarismo ormonale, riuscire a sopravvivere alla schiuma di Chen, e a venticinque anni senza lettere d'amore. |
