La porcaggine di Elio, la sua sparsorante capacità di abitare il desiderio, riuscivano sempre a spaesare anche i più bigotti e moralisti. Anche questi, alla fine, segretamente, più che scandalizzarsi si eccitavano. Sorpresi, essi stessi, delle loro proprie reazioni. Il materiale dei suoi racconti, che dai più sarebbe stato normalmente vissuto come un luogo di esplorazioni pornografiche, risultava sempre raggiungere gli interlocutori con una inspiegabile lievità. Era probabilmente uno che da piccolo aveva avuto in sorte di cadere nella pozione magica della gioia. Che in modo inusuale si era riprodotta in una marcata precocità sessuale. Pronunciata dai lui, la frase se cato una chel ghe piaze moeo, a la fasso morire non rappresentava la sagace, autoironica accettazione della resa e del limite maschile, ma apriva a chissà quali ipotesi innovative di acrobazie del desiderio realizzato. E tuttavia era estraneo alla traduzione vernacolare del sesso, all’occhio morboso e liquidino, al professionismo standardizzato della seduzione. Come pure alla tristezza francofona del libertinaggio. Lontano dalle petit morts degli ultimi tanghi. Di sé non aveva capito che era un animale strano. A lui veniva così. Credeva che il mondo fosse stato fatto per funzionare così. Molti ricordano ancora quella sera, alla fine di una cena con gli avventori del Black and White, il bar. Tenne tutti in tiro per più di mezzora nel raccontare come avesse fatto, una delle sue innumeri donne, ad abbassargli la cerniera dei pantaloni. Di tutti i pensieri, le emozioni, gli impulsi che, mentre la bocca della sua amante prendeva il gancio della cerniera delle braghe, gli avevano percorso mente e corpo. Di tutte le pulsioni che lo avevano pervaso. Ma finì lì. Alla cerniera giù di quei Levis’s ancora ben indossati. Era sufficiente. Nessuno ebbe voglia di chiedergli di proseguire, tanto pieno e parlante era stato il suo racconto. In quelle occasioni la gente non lo invidiava. Si nutriva invece naturalmente, biologicamente, di quella strana materia. Poi tutti andavano a via, carichi di quella cosa lì. Forse a cercare un qualche modo di viversela. Di corsa, prima che l’effetto di quel racconto svanisse. Per lui “sesso da camionari” era un’offesa senza senso. Soeo i camionari forse poe capire. Oppure citava - a modo suo - quel nobel della letteratura se go voia de carne vao dal becaro, no con na femena. Un giorno declamò, per poi pentirsene, le poesie di un autore contemporaneo, della raccolta “Il tuo pube nero befferà la morte”. Sarà meio che me meta a scrivere mi qualcosa, vaeà. Insomma, l’esercizio ginnico cui lo spingeva il sesso, pur sudatamente praticato, era tutto fuorché banalotto amplesso. Era il luogo in cui la sua natura gli aveva insegnato a pensare, a comprendere. Certo i parvenu della sua conoscenza potevano confondersi. Quando lui raccontava a la go fata rampegare su pai muri. Oppure quando cercava di comunicare quanto traeva eccitazione - dolce e furiosa, dura e odorosa - dall’infinita capacità di contenere delle donne. Soeo e femane sa fare serte robe, soeo e femane sa capire. Era una strana creatura. Sapeva stare dentro la dimensione gioiosa della vita, ma non evitava la fatica dei conflitti. In questi era un po’ meno bravo. Operaio specializzato di simpatie leghiste, gli capitò di dover confliggere con il datore di lavoro in un contenzioso sindacale. La confidenza lo spinse a chiudere l’espressione della sua protesta per il contenimento eccessivo sia del personale che di alcuni incentivi: no domandemo mia pompini, ma gnanca che me riva scaregae so a schena. Quasi si ruppero le trattative. In quel contesto non fu facile spiegare la bontà delle sue categorie concettuali per interpretare il mondo. Elio poco più che trentenne stupì nuovamente tutti quando sposò Luna. Dopo centinaia di donne, una zingara diciottenne. Bellissima. Lo aprì all’esperienza del matrimonio. Un matrimonio che conteneva in sé tutto quello che era già stato prima. Luna probabilmente era dotata dalla vita, forse ancor più di Elio, di un contatto diretto con la consistenza gioiosa del suo stare in un corpo. Così tanto forse solo lei. Elio fu travolto dal suo corpo. Sentiva che era un corpo che sapeva. Risentì quella precocità indomabile che anche lui aveva conosciuto. Si amarono senza morire. Ma totalmente, senza risparmiarsi. Luna sapeva rimbalzare sulla sua vita. Solo l’energia dei racconti di Elio riuscì a far fare il gemellaggio tra gli assidui frequentatori del bar e quel gruppo di zingari Rom. Quel gruppo che Luna chiamava famiglia. Il matrimonio fu una cosa da pazzi. Le foto di quel giorno appese al bar mostrano una vendemmia di visi contenti. Difficile da raccontare. Arrivò dopo poco Ermes. Già biondo alla nascita. Già da piccolo intuì che avrebbe dovuto fare un po’ di fatica con quei due genitori così tanto compatti nella loro bellezza. Era in roulotte con i nonni quando seppero dalle grida portate da un motorino scarburato che c’era stato un incidente. Erano stati travolti da un camion. Luna morì. Elio uscì dal coma dopo due settimane. Le gambe non andavano più. La carrozzina sarebbe stata una sua nuova compagna. Rifecero il funerale di Luna anche per Elio. Dopo che si era risvegliato dal coma. Lo volle lui. E se lo pianse tutto intero. Fino in fondo. Dopo un po’ di tempo cominciò a ritornare nei luoghi dove aveva cantato l’epopea della gioia. Al Black and White prima di tutto. In carrozzina. Elettrica. Un martedì venne con Ermes. Con il braccio libero lo teneva in braccio. Con l’altra mano il joystick per guidare. Cinque anni erano forse troppi per essere portato in braccio. Ma si capiva che era uno strappo alla regola. Il regalo bello di una sera. Dai ndemo fare un giro co a carosa. Lì al bar, da qualche tempo, Elio era tornato a raccontare. Del buco lasciato da Luna. Di tutte le diverse conseguenze dell’incidente. Anche quella sera prima di tornare per cena col piccolo. Nel turbinio delle ciacole ad un certo punto spostò i capelli biondi, parecchio lunghi, di Ermes e con le mani coprì i suoi orecchi, perchè non sentisse. Disse se cato una chel ghe piaze mezo moeo, a la fasso morire. Oramai era pronto per diventare vecchio. Ancora una volta, in anticipo su tutti.
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