Da sempre il termine amore è uno dei più inflazionati e distorto all’inverosimile, fino a stravolgerne il significato e a ridurlo a strumento di propaganda da parte di movimenti religiosi, politici, filosofici, ecc. È risaputo come gli antichi greci utilizzassero qualcosa come otto vocaboli diversi per descrivere le varie sfumature che questa parola può significare, così giusto a scanso di equivoci. Oggi noi dobbiamo invece fare bene attenzione a specificare cosa intendiamo dire. Il dramma è che spesso il significato reale di cosa vogliamo esprimere ci sfugge, in quanto vittime di questa indeterminatezza linguistica, prodotta da un millenario inquinamento culturale. “Quale abisso tra impressione ed espressione, proviamo sentimenti shakespeariani e ne parliamo come farebbe un piazzista d’automobili, uno studente di liceo o un professore universitario […]”, così – più o meno – scrisse un autore inglese più di mezzo secolo fa. Ovviamente, la questione riguarda il linguaggio in genere ed è comune a tutte le culture. Tuttavia, come accade per molti altri problemi, in Italia, la confusione raggiunge punte parossistiche. Pensiamo al termine “famiglia”: ogni giorno qualche esponente della satrapia straniera in suolo italico che risponde al nome di Vaticano ci spiega cosa sia e cosa comporti questo sacro lemma. Politicanti che collezionano matrimoni e divorzi in serie ci impongono “valori” tanto astratti quanto da da loro per primi disattesi. Siamo rimasti uno degli ultimi paesi al mondo cosiddetto “civile” dove non esista alcun riconoscimento delle coppie di fatto. Due persone dello stesso sesso non possono amarsi, ci dicono. E tutto questo nel nome dell’ammore.
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