Quella mattina, più serio che incazzato, Gabriele accolse il giovane bosniaco da poco assunto: ciò slavo cossa gheto sol serveo, farfae o segaura? Dire che aveva un brutto carattere era una affermazione fortemente edulcorata. Uomomerda lo chiamavano alcuni suoi frequentatori obbligati. Non era dunque una persona con la quale si anelasse cercare la compagnia. Le ragioni di questa reputazione marcatamente segnata da sentimenti negativi erano difficilmente catturabili. Era cioè difficile raccontarle, individuarne nitidamente gli aspetti salienti, comunicare precisamente “il cosa” fosse negativo della sua persona. Tutti quelli che avevano incrociato la propria con la sua esistenza portavano in sé, chiara e distinta, l’idea del fastidio e del disagio, a volte del disprezzo subito. Ai nuovi assunti i colleghi dicevano poche, secche parole, insomma, non so come dirte, l’è na merda. Gabriele era il responsabile sommo del magazzino. L’azienda per cui lavorava riforniva di prodotti alimentari un’intera provincia di supermercati piccoli medi e grandi. Insieme ai nuovi software e hardware gestionali (lettura ottica, tele-chip dei bancali, palmari, satellitare sui furgoni e camion per il calcolo in tempo reale dei tempi), al personale era richiesta una buona capacità di visione organizzativa, velocità nel vedere e pre-vedere i problemi, rapidità di decisione. Soprattutto al personale che governa il processo di preparazione distribuzione invio. L’uomomerda era tuttavia un asso: rapido, sempre con tutto in testa, con un’alta capacità di approdare alla risoluzione dei problemi. Il più bravo. Ma spietato con il colleghi e i sottoposti. Anche la proprietà dell’azienda aveva sperimentato i tratti più neri del suo carattere, ma questi scomparivano di fronte alla sua affidabilità di conduzione del magazzino e la garanzia di alta l’efficienza organizzativa e gestionale. Certo c’erano stati alcuni fatti, alcuni scazzi, ma ciò che colpiva i colleghi e li spingeva a cambiare lavoro o a farsi spostare in settori distanti da Gabriele, era altro. Probabilmente aveva una capacità innata – e probabilmente in buona parte inconsapevole – di comprendere, di sentire i terreni fragili delle altre persone. Provandone un immediato fastidio. E sapeva lucidamente scagliarsi contro quegli aspetti colpendo con vera cattiveria. L’interlocutore di solito, sottoposto ad un vero fallout emotivo, il più delle volte paralizzato, quasi non faceva neppure in tempo ad offendersi. Una volta, in uno scazzo per un conteggio dubbio, disse a uno degli spedizionieri, padre di tre ragazzini in età di scuola dell’obbligo, ma to fioji te assei ancora tegnere i conti dea fameja? Ecco parchè te continui a chiedere anticipi de stipendio. Con le donne era particolarmente lucido: colpiva davvero sotto la cintura, oca e sensa serveo, che a pegiora nei giorni dee mestruasion. Gabriele aveva poi un’altra tecnica. Coinvolgeva amabilmente nello sparlare di altri, queo l’è indrio come a coa del masc’io, longo come l’ano dea fame, gnanca bon de fare un “O” col cuoeo de un goto. Soltanto che lo faceva a turno, prima o poi sarebbe toccato a tutti esserne colpiti. Era un’apertura di complicità, ma finalizzata a colpire qualcun altro. Solo temporanea. Poi in amministrazione arrivò un curriculum. Di Enrico, un ricercatore universitario di matematica. Lavoricchiava per la società che gestisce il software del magazzino. Era stato lì parecchie volte, aveva discusso i problemi da risolvere del software. Non gli avevano rinnovato la borsa all’università, così stava mandando curriculum. Ed era arrivato anche lì, da loro. La proprietà prese la palla al balzo e gli propose un contrattino a progetto per la gestione del software. Presenza tutti i giorni tranne il sabato (Enrico aveva chiesto di poter il più possibile proseguire il suo impegno con il gruppo di animatori in oncologia pediatrica). Enrico iniziò la collaborazione con normale entusiasmo. Con Gabriele all’inizio non andò male. Nelle riunioni bisettimanali per l’aggiornamento del gestionale Enrico veniva a contatto, oltre che con Gabriele, con un gruppetto di magazzinieri che gli rappresentavano problemi. In particolare i tempi di attesa e l’ingorgo dei muletti agli imballi di alcuni prodotti. Gabriele fece scattare anche con Enrico la strategia della complicità temporanea, no sta scoltarli i ze bastansa insemenii, no i ze boni organizarse, ghe o digo sempre; ma ghe manca l’ultimo boio, no i ghe riva. Enrico rise, l’aveva presa per una affettuosa esagerazione. Gli ci vollero alcune settimane per capire. Intanto stava lavorando ad una modifica del software dei palmari e del programma per superare il problema degli ingorghi che era una inefficienza reale nel processo di imballaggio degli ordini. Trovò una soluzione. Nel frattempo Gabriele aveva cercato di metterlo in cattiva luce con qualcuno dei magazzinieri. Ne trovava sempre uno disponibile. Uno che, dopo essere stato da lui stesso calpestato e offeso, accettava la sua nuova, temporanea complicità per colpire qualcun altro. Uno che sperava, essendone amico, di non essere più un suo bersaglio. Per due riunioni di seguito Enrico aveva esposto a Gabriele e al gruppo la soluzione per superare gli ingorghi dei muletti. Attraverso un sistema di imballaggio multiplo/interrotto governato dal gestionale da lui stesso modificato. Ma Gabriele aveva rifiutato di accogliere la proposta. Probabilmente le soluzioni le voleva trovare lui, non l’ultimo arrivato. E gli disse: assa stare, te si zovane, so mi come fare. Enrico insisteva. Andò dalla anche proprietà chiarendo il miglioramento in termini di efficienza della sua proposta. Un sabato mattina giù tra gli scaffali di 15 metri Gabriele lo incontrò mentre Enrico stava verificando le ultime cose per sistemare il software e gli disse: ciò bocia, te me ghe rotto i coioni, torna a fare el fighetto all’università, qua no ghemo bisogno de gente che ga perso tempo a bere spriss in piassa e aggiunse, ze meio che te vai a zugatoeare co i to boce maeai de tumore, assa che se ocupemo noialtri dee robe serie. Enrico fu bravo a tenere il rinculo del colpo subito. Bravo come lo sono certi vegliardi istruiti dalla vita. Non reagì. Ma in quell’istante sapeva già tutto quello che sarebbe successo nelle settimane successive. Quello che lui avrebbe fatto succedere. Parlò nuovamente con la proprietà. Incontrò riservatamente molti addetti al magazzino. Parlò loro della tossicità di Gabriele. Ad alcuni di loro si inumidirono gli occhi. Chiese sostegno per la riunione di verifica bisettimanale. Una quantità di emozioni sopite emersero in tutto il magazzino. Apparve una scritta sul muro esterno: TUTTI CONTRO L’UOMOMERDA; e poi: ENRICO VAI FINO IN FONDO! Alla consueta riunione di verifica Enrico chiese anche alla proprietà di essere presente. Gli addetti al magazzino sostennero la sua soluzione. Gabriele provò ad ostacolare, ma la rete di Enrico attenuò le sue resistenze. La proprietà dette il placet. La cosa funzionò. L’abbattimento dei tempi di attesa si trasformò in quell’anno di crisi economica in un aumento relativo dell’efficienza. La stessa produzione con tempi ridotti. Gabriele non sopportò la sconfitta. Che per lui era principalmente una sconfitta personale. E si dimise dall’azienda. I ragazzi del magazzino alla riunione successiva dissero: grassie Enrico, bisognava proprio trovare un mago dea matematica par mandare fora dai coioni l’uomomerda. Ma Enrico, ancora col fuoco nascosto di dentro, rispose: ve in figa; ze sta i boce all’ospedae a insegnarme come che se fa a tenere duro, come che se fa davero a voerle e robe. A matematica ghe a go messa soeo aea fine. Una sera tardi Enrico si fermò e scrisse sul muro, senza che nessuno lo vedesse: UOMOMERDA TE GHEMO DA’ L’ULTIMO BOIO. Quell’anno l’azienda ebbe una riduzione di produzione del 2%. Ma si ridussero fortemente le assenze per malattia e i permessi. Si fermò quasi completamente anche il turn-over del personale. A Natale, dopo tanti anni, cena aziendale.
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