Con le birre allo stand della sagra era iniziata una discussione interessante. Di quelle che riempiono una serata senza programmi, a rischio di vuoto. Una serata di quelle in cui esci e vai lì, dove sai ci sarà qualcuno – non sai chi, ma sai che potrebbe accadere qualcosa, arrivare qualcuno o qualcosa di inaspettato. Che potresti essere destinatario di proposte o segreti insperati. Spesso invece non succede niente. E tu vai a casa praticando l’importante allenamento offertoti dalle attese deluse - pratica preziosa che tiene viva e funzionante la fondamentale esperienza della malinconia. Altre volte invece accadono meraviglie. Anche se te ne dimentichi già il giorno dopo, la tua vita cambia. E’ già cambiata. Quella sera-notte fu una di quelle. Alla fine, rimasti in due, la discussione proseguì sempre più fluida. Gianni e Alfio. Il quasi giovane Gianni, belloccio, sufficientemente disimpegnato da tutto in paese, buon chitarrista, avviato ad un futuro di insulso cacciatore di femmine, e il vecchio Alfio Canale casoìn in pension, pezzi di liceo classico frequentati nei lontani anni 50, gran conversatore, battutaro, razzista dal volto umano, abile lettore dei segni dei tempi e del tempo. La discussione, gli argomenti, il clima tra di loro erano stati così rotondi, pieni, consistenti che alla fine - erano le tre e mezza passate – Alfio disse: va ben, te asso ndare che doman ze doman; comunque te scrivo un paro de paginete su queo che se gavemo dito e su altro. Ciao note. Ecco lo scritto che Alfio fece avere la mattina seguente a Gianni. Caro Gianni, penso che le cose di cui abbiamo parlato ieri sera abbiano bisogno di essere fissate. Sai io dormo poco di notte. E allora spesso penso. Leggo. Scrivo. Mentre ce le dicevamo ho capito che erano cose importanti. Ho il sospetto che i due argomenti che ci hanno tenuto così a lungo insieme a discutere siano intimamente legati. Il primo era: la nebbia e l’umidità della nostra pianura ci hanno – da sempre!!! - nascosto le montagne. A noi che viviamo nella pedemontana capita quattro-cinque volte all’anno che si vedano bene le montagne. Ma quando con quell’aria pulita capita, beh… sembra di vivere in un posto magico. Da togliere il fiato. Ti sembra di poterle toccare le montagne. E capisci di saper così poco dei loro nomi e delle loro configurazioni. Senti però un sapore antico. Ti sembra di essere al centro di un anfiteatro. Le montagne la cavea, noi l’arena. Pronti per uno spettacolo. Eppure per più di trecento giorni all’anno, la nostra, sembra una sconfinata continua ininterrotta insulsa pianura. Guai a chi ne parla male - s’intende!!! - ma penso davvero che se non ci fosse tutta quell’umidità noi saremmo davvero diversi. Saremmo diversi come persone. Saremmo davvero dei personaggi!!! Non so bene, forse più capaci di allegria, de contentessa. Più concreti. Col respiro più profondo. E pure un po’ ci sentiremo osservati da quella strana cavea. Invece niente. Aria pesante, spessa. Per più di trecento giorni all’anno non vediamo niente. In fondo per noi quelle montagne non ci sono. Pensa come sarebbe diverso il contrario. Averle, vederle sempre e, per pochi giorni all’anno, che scomparissero dietro il paravento dell’aria carica di umidità. Impareremmo l’assenza. Faremmo l’esperienza della mancanza. Aspetteremmo il loro ritorno, sicuri e certi. Come si aspetta settembre, che spazzi via l’estate o il sole dopo troppi giorni di pioggia. Ecco, in sto paese siamo un po’ così. Quell’umidità ci ha convinto che si tratta, anziché di temporanea assenza, di inesistenza. Quelle montagne non ci sono mai state. Pecà, davero un gran pecà. A parte ai extracomunitari (che no i capisse un casso), seto un american quando chel vede sto anfiteatro in chei giorni là… che efeto che el ghe faria. Farissimo anca schei col turismo. Secondo argomento: ha a che fare con il silenzio della notte. Qua sarò più breve. Come ti dicevo dormo poco la notte. Oltre a pensare leggere scrivere, ascolto. Una volta scrissi anche alcuni versi, iniziavano così: giorno che celi casini notturni / che casin fa e soete de note… C’è un sacco da sentire di notte. E non è vero che c’è silenzio. C’è un sacco di confusione. Davero saria quasi da tirar su e firme e mandarghee al sindaco, co i rumori el ga vinto za na volta e elesion. Immagino dal giornale locale: Nuova campagna per la tranquillità e la sicurezza notturna, retata casa per casa, albero per albero, anfratto per anfratto: prese più di cinquanta civette in una sola notte. Ma oltre le civette e altri volatili notturni - barbagianni, gufi, upupe - c’è un sacco di casino in giro. Si sentono le macchine a ciclo continuo della cartiera, la ferrovia, i camion dalla statale sembrano nella stanza accanto. A volte fanno rumore anche certi lampioni, d’inverno. Quando c’è appena un po’ di vento, c’è sempre roba che sbatte di continuo. Le buche delle strade sono insopportabili. I dossi. Gli asfalti granulosi. Qualcuno dice che tutti sti rumori fanno il paio con i pensieri proiettati nei nostri sonni. Non so. Però so che la notte è abitata da suoni che nessuno sente. Ecco qua. Siamo un po’ gente così qui da noi: gente costretta dall’umidità all’oblio di presenze. Gente attorniata da suoni che nessuno sente. Spreco di cose a disposizione. Ecco, sarà per questo che ci piace così tanto e così poco il nostro paese. E i suoi disabitanti. Sentiamoci presto. Alfio Gianni, la notte seguente, di ritorno da uno dei suoi concerti, rispose ad Alfio. Caro Alfio, a parte che anche gli americani ze estracomunitari, a parte il fatto che potresti usare molto meno i punti esclamativi, mi hai fatto venire voglia di scriverci su una canzone. Potrebbe intitolarsi: Nuvole terragne. A presto (ma leggi i post scritum) Gianni P.S.1 I versi in undase? I disabitanti? E firme pa e soete?Oblio di presenze? Ma va in mona vaeà!!! P.S.2 Na roba però ze vera: no ghe ze pace de note, pena che finise e soete scominsia i camion dee scoasse. |
