Ho sempre pensato che essere Maròn non fosse per caso, ma apposta: che se non ti sporchi le mani, non combini un tubo. E allora io mi do da fare. A modo mio, ma mi do da fare. Non ho un lavoro, sono un atipico. Gli altri, tanti sono in ferie, tanti stanno chiusi in casa per fingere che sono in ferie. Io invece, me ne giro per la città deserta, di notte. Perché mi piace essere sempre vestito a modo, anche se fa caldo, e di notte ci sto meglio, col mio cappello e l'impermeabile lungo. Mi sono dato a fare l'investigatore, privato per forza, e finora ho risolto un paio di casi, cose di poco conto: la sparizione del gatto della signora Marisa e quelle foto all'amante del farmacista Basso. Di questo secondo, a dire il vero, si è un poco parlato nel quartiere e la cosa in qualche modo mi ha messo in buona luce, pubblicizzato dicono, me e il mio mestiere. Allora ho preso in prestito la stanza in soffitta nella casa di nonna, lei da qualche anno deambula a fatica -passa le ore davanti alla televisione-, e ci ho sistemato un piccolo ufficio: una scrivania dell'Ottocento, una poltrona da barbiere che era stata di mio nonno e un attaccapanni che sembrerebbe un reperto alieno. Nell'angolo, una credenza con due bottiglie di qualcosa. Poi, sulla porta, ci ho messo su le iniziali. T & M, come fossimo in due. Invece sono solo io, Toni Maròn. E sotto detective, in piccolo. Saranno state le due del mattino quando, in posa coi piedi sul tavolo e sigaro spento in bocca, mi entra quella rogna ambulante di Caio Sartore. Vestito da cowboy, gestiva una fattoria del biologico appena fuori città. Neanche due anni fa era in prima linea nella battaglia a difesa della caccia. Insomma uno coerente. Già pregustavo la rogna che mi avrebbe calato giù come un asso di bastoni. Riaccendo il toscano. «Toni» «Dime» «Gò bisogno» «Tutti gàvemo bisogno» «No, ma stavolta so in mézo ae rogne» Eccolo, pensai. «Mi hanno fregato tutti i cavalli, giù alla fattoria» proseguì Caio. «Ma no a zè finìa. Me ne hanno messo uno in giardino, morto, squartato, senza a testa...» Presi due ampi tiri di sigaro, aspirai pure. Che la puzza stavolta era forte. Quella puzza di pericolo vero, di rischio certo, di crimine concreto. Era il mio primo caso. Finalmente. |
