Sono arrivato. Sono entrato. Questo caldo del cazzo. Un corridoio. Mi sento al sicuro, a quest’ora sono tutti a letto, tutti a scacciare il ricordo di una giornata di lavoro duro. Gran parte degli inquilini lavora giù al porto, me l’ha detto Thomas. Gente che deve svegliarsi alle quattro di mattina. Gli operai ronfano e sognano i tropici nei loro letti puzzolenti. Tutti a smaltire il ricordo e la sbornia. E l’afa incubo di questi giorni. Passi piccoli. Chi dorme si può svegliare se cammini come un pazzo assetato di sangue. Sbattendo e barcollando, sbuffando e gridando bestemmie. Perché questo è quello che so fare e faccio tutti i giorni fottuti, da quando so che sei tornata in città. Senza avvisare. Senza una telefonata del cazzo per dire che sei tornata. Forse per restare, forse perché hai trovato lavoro in centro. Forse perché tua madre sta morendo, forse perché è morta. E tu, per un motivo o per l’altro, devi esserle vicina. Devi stare qui per un po’. Sudore a fiumi. Muscoli tesi. Mi fanno male le braccia, i polpacci, ho le ginocchia andate. Mi fanno male i polmoni, respiro male. La gola, poi, la gola. Ma mi muovo bene, felpato, misuro i passi, forzo l’andatura. Sono elegante, sono sospeso, per non fare rumore. E non faccio rumore, neppure un toc, niente. Cerco la camera, la porta. 324, mi ha detto Thomas. In fondo al corridoio, non posso sbagliare. Trecentoventiquattro del cazzo. La porta che avrai chiuso a chiave poche ore fa, angelo mio. Anche tu dormirai. Immagino che a quest’ora anche tu dormirai. Come gli operai del porto. Chissà poi se sei sola. Se dormi sola in questa stanza dentro un hotel ammuffito al centro esatto della nostra città. Di stare sola non se n’è mai parlato. Sempre il bisogno di una mano da stringere, tu. Sempre un confidente, un amante, un compagno di chiacchiere vacanze e giochi, una scimmietta ammaestrata, un cane che ti sbava contro, un gorilla che ti difende, un consulente, un accompagnatore che ti protegge e ti scopa, che ti fa sfogare e ti scopa. Una questione di stile. Arrivo. Trecentoventiquattro. 3-2-4. Tocco la pistola dentro la tasca destra. Sudore a mille torrenti piccoli dalle tempie e giù. Avvicino l’orecchio buono alla porta. Proprio sopra la targhetta con il numero. Scritta nera andata lercia. Ascolto. Smetto di respirare e ascolto. |
