Laccio e lacerazione con l’oltre del mare, sempre più grande di noi, sempre oltre noi. Rinvio a trascendenze che tolgono il fiato. Nelle nostre estati tutta questa immensità per una stregoneria calcolante e perversa si trasforma: il connubio tra dinamismo e forma, limite e infinito diventa euro. Registratori di euro, sacchi di euro, caparre di euro, saldi di euro, soldi di euro, shopping di euro. Euro al pedalò, euro al bar, euro allo sdraio al marocco, povero sfigato, un euro. Piste di euro, cocktail di euro, euro al privè, nei posteggi, due euro. Euro al parcheggiatore all’alberghiere allo spacciatore. Euro alle donne che divertono adolescenti alle prime armi e adulti con le armi spuntate. L’acqua, il suo luccichio, i granchi che vi camminano e il risvolto schiumoso del’onda sono risucchiati, triturati e reimpastati per diventare la cosa più lussuriosa, eccitante e inibente del neocapitalismo triveneto: l’euro. Bieca magia dell’industria e industriosi operai a servizio del padrone dal cuore di ferro: sua possibilità, euro. Ode euro, ave euro. Vacanzieri te salutant. Forti siamo: rimiriamo il mare, e ci costruiamo un capannone. Ispirati come Leopardi. Il profumo salmastro alle nostre narici diventa odore di soldi, e allora giù col cemento, su con l’impalcatura, dai a condomini case scivoli estetiche piscine piste balere. Per divertire o illudere di divertire o poco importa cosa. Zelo religioso e spirituale al servizio dell’unica religione a cui tutti crediamo, ecumenismo realizzato di migliaia di coscienze tutte credenti all’unico dio, forse perché è un dio unico: sua possibilità, l’euro. Di fronte all’alba sul mare l’antico scriveva un verso, il romano salpava alla conquista, il pescatore solleva le reti, il barcaiolo intona un canto. Io costruisco. Bozzoli di calcestruzzo dove incubare e covare le stanchezze e le depressioni, le fantasie e le piccole gioie, gl’istinti le manie e le pulsioni di centinaia di migliaia di noi. Perché alla fine si levi su tutto lui, la crisalide di latta, l’euro. Nello splendido racconto delle origini che è la Genesi, alla fine si dice che Dio al termine del lavoro si riposò. Ferie. “Riposarsi”, in quelle antiche lettere, è portare a compimento, trovare il risvolto vero delle cose. Nel nostro piccolo occidente dei consumi, le ferie rischiano di essere consumo più che compimento. Il sistema ci fa lavorare, e ci induce poi a consumare il riposo perché esso possa continuare a produrre euro. Ancora e ancora. Buone ferie, a chi saprà anche solo un po’ rompere questo flusso, e a scorgere tra le acque violate delle nostre spiagge quel non so che di sovrappiù che non può diventare moneta. |
