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Magari un giorno di questi ci riesco. Raccolgo tutto il coraggio che riesco a graffiare dalle pareti del mio petto di leone codardo e vado dalla ragazza che viene dal mare.
Che poi chi l'ha mai visto il mare in questo posto, in questa manciata di case congelate - denti cariati ghignanti sulle gengive di una montagna malata. Già mi sembra di annusarla, la ragazza che viene dal mare, di leccare la sua pelle di salsedine e di dirle che tanto io so, che l'ho vista piangere con l'orecchio attaccato a una conchiglia. L'ho vista cercarci dentro i suoi ricordi oceanici. Di toccarla piano, con le punte delle mie dita feline, “Assaggialo questo pianto, è il mare che ti cade dagli occhi”. Ecco cosa le direi. Magari un giorno di questi ci riesco e ruggisco la mia gratitudine, la alito in faccia all'artista. Che quando l'ho conosciuto era un bambino che sudava su un foglio di carta, mentre io ero quello messo in punizione, in piedi sopra la cattedra della maestra. Voleva sfondare le barricate del mio silenzio costringendomi a raccontarle “quellopercuivoleterigraziaregesù”, e io l'avevo morsa fino a consumare i miei denti da piccolo predatore. L'artista si era avvicinato e mi aveva mostrato con orgoglio da partoriente la sua opera. Un foglio di carta completamente grigio. Dall'alto del mio castigo gli avevo sorriso con le mie zanne affaticate. L'artista daltonico non mi ha più lasciato, e per anni ha dipinto il mio mutismo nei suoi quadri di fumo. Magari un giorno di questi ci riesco. Semplicemente spalanco le fauci e ce la faccio. Non come adesso, che quando parlo le sillabe si accavallano, si strattonano, si feriscono a morte tentando di seguire le eruzioni dei miei pensieri. Le vocali si fanno troppo grandi, troppo capienti, vorrebbero contenere tutto quello che vedo, tutto questo paese di sordi, tutta questa montagna amara, tutti i mari trasportati negli occhi delle ragazze che vengono da lontano. Finché non mi rimane altro che questa aria fredda, che sbaraglia le mie vocali zoppe e mi ferisce i polmoni. Magari un giorno di questi ci riesco, a guardarvi nei vostri occhi così lacrimosi e compassionevoli alla vista di un moderno Cirano, troppo ridicolo e affannato per dar fiato ai suoi versi sofferenti (“poverinononhomaisentitounabalbuziecosìgravechissàcomesoffre”) e mandarvi tutti a fanculo. Magari, un giorno di questi. |