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Provo a scrivere con quello che sono i miei 18 anni. Senza retorica. Così. Mettendo in fila parole semplici. Istinto e immediatezza. Non voglio elaborare. Ho voglia di cose chiare. Limpide.
Nessun palleggio raffinato. Solo fraseggi rasoterra. Magari di prima. Come vengono vengono. Arriveremo al gol.
A distanza di quattro anni sono tornati i Mondiali. Si fanno attendere, e poo fanno parlare, discutere e mobilitare. Tanto, davvero tanto.
I mondiali di calcio sono sulla bocca di tutti. Sono l'argomento che agevola le relazioni. Non si deve parlare del tempo. Tutti si sentono parte di gruppo, di questo linguaggio comune. Come se - per una volta, magicamente - ci fosse un interesse vero e comune a spazzare microscopiche individualità e intristiti individualismi. E, toh, per una volta ci si sente "collettivo".
Sono una di quelle persone che di calcio non capiscono un’acca, ma nonostante questo sento l’esigenza di tifare gli Azzurri in Corea, Germania, Sudafrica, che sia. Mi viene dal profondo. L'esigenza del tifo. Quasi un istinto.
E poi mi piace vedere questa coppa del mondo, ho la sensazione di uno sport pulito e di qualità, senza violenza dentro e fuori dagli stadi. Come se i giocatore avessero capito che la gente ormai si è stancata di vedere quattro cretini scimmiottare qualche inno e poi prendersi a sprangate per un esito insoddisfacente. Ed allora, per quanto agguerriti e decisi a portarsi a casa la vittoria, tutti i giocatori si sentono ambasciatori delle proprie nazioni, e stanno a dimostrare come un incrocio di culture e persone diverse possa essere possibile. Necessario. Inevitabile. L'unica possibilità è l'incontro, la stretta di mano dopo il fallo, la festa. Oltre le nazioni.
Si respira un'aria libera, gioiosa, fraterna. Troppo bello, tutto bello? Dopo un mese, tutto finisce. Ma in quel mese la bellezza degli incontri-scontri è tale da venir seguita da miliardi di persone. Anche da chi, come chi scrive, non capisce un'acca di calcio. Ma ama il mondo. E chissà che Sudafrica 2010 permetta anche all’Africa di affacciarsi al mondo senza timore, anche dopo l’11 luglio. |