L’aguaso inumidiva le loro schiene stese sull’erba. L’emozione del dopo partita indugiava ancora nei loro animi. Producendo reazioni ineleganti, quasi volgari. Erano distesi a testa in su sul tappeto morbido del campo da calcio del paese, ben oltre dopo mezzanotte. Vicino a loro l’unica bottiglia di rosso, mezza piena, pendeva male appoggiata sul dischetto del rigore. Il buio era giusto. Rumoreggiando in lontananza il paese si stava lentamente assopendo, dopo la baldoria gioiosamente scomposta per la vittoria. Tutto era stato già detto quella notte. Lo spazio delle emozioni aveva ormai capienza ridotta. Domate dalla stanchezza le loro voci, liberi i loro orecchi. Silenzio. Agostino, Marco, Fabio, Giovanni, Sandro usarono dunque gli occhi. Tutti e cinque, per la prima volta nella loro vita, videro cosa può essere il cielo. Di notte. L’11 luglio 1982, quando compirono per la prima volta questo gesto, che sarebbe diventato un appuntamento irrinunciabile della loro vita, erano appena ragazzi. Era l’anno degli esami di terza media. Quella notte videro. Per la prima volta, forse, si accorsero anche di sentire, di pensare. Intuirono che c’è qualcosa dentro che ha a che fare con ciò che c’è fuori. In relazione misteriosa, enigmatica. Come il segno della croce e le bestemmie di Ciccio Graziani in mondovisione. In quel mese i loro incontri furono segnati dalla recita di un componimento in versi del quale avevano ormai imparato tutti i segreti. La metrica, il ritmo, la fonetica. Dove prendere respiro, come accentare le sillabe. Si battevano il cinque con la mano e lo recitavano in coppia: Zoff Gentile Cabrini/ Oriali Collovati Scirea/Brunoconti Tardelli Rossi/Antognoni, Graziani. Per loro, quelle del giugno-luglio 1982, furono settimane vivide. Rimasero come un’energia, come l’esperienza della possibilità, diretta, non mediata. La sofferenza del girone. Paolino Rossi che fa piangere il Brasile dei mostri: tre volte battuto Valdir ciapa i Peres. Dino cerniera Zoff. La pipa di scimmione Bearzot. Svegli all’alba, di corsa in edicola per la Gazzetta. E, alla fine di tutto, quella tripla ripetizione di Nando Martellini: campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo. Gioia pura. Da allora, ogni anno, l’11 luglio, hanno compiuto quel rito, stesi a terra al buio a guardare in su. Era un gesto che li avrebbe segnati. Non era un semplice ricordare, era qualcosa che pulsava. Era vivere. Lo rifecero con grande preparazione da subito, 1983, “prima che la cronaca si camuffi in storia” ricordò anni dopo Agostino. Lo stesso che per anni ha cercato di convincere il suo professore di lasciargli scrivere quel capitolo della tesi intitolato: “Francesco Graziani ed Eugenio Montale: occasioni di trasparenza e opacità della parola”. Ma non ci fu verso. La tesi è ancora lì. Inconclusa. Giurarono che le notti di tutti gli 11 luglio della loro vita dovevano avere quel senso di forza e di rivelazione che ebbe la prima. Un anno la passarono al mare. Dove ndemo distendarse l’undase stano? Dal 1984 decisero di darsi anche un tema guida della notte. Impararono il cielo di luglio. Giovanni, nel frattempo avviatosi all’astronomia, era il loro maestro. La nottata iniziava ogni anno con Giovanni che nel silenzio e nel buio salmodiava: a ovest verso el campanie, caea e costeasion primaverii - e ze tanto basse e le prime a sparire quando che se leva el soe - la costeasion del Leon e dea Vergine. Un anno il tema fu: col pontàe te a trè dove che te voi. Elogio del bisogno di vincere, del vincere che fa bene. Che non si può stare all’infinito senza la possibilità, la speranza di vincere. Che a volte è necessario mettere al bando ricercatezze, eleganze, manierismi e buttarla dentro. Di punta. Forte. Spaccare portiere e rete. Che ci vuole qualcuno con il coraggio di sputtanarsi: calciare de pontàe lasciando stare il collo, il piatto, la foglia morta. Bisogna essere boni a lavorarle de tajo fu invece l’argomento che Sandro impose l’anno che la morosa lo aveva lasciato e che in lui era partito l’emboeo de averla su co e femane. La metafora, pur beckenbaueriana, in effetti era poco calcistica. Di anno in anno intanto i loro occhi, guidati da Giovanni, vedevano a sud verso a statae e stee del Scorpion, fasie vederle, la pi granda ze Antares che significa “rivae di Marte” parché el ze arancio e el fa gara col pianeta rosso. Agostino un anno volle porre la questione di quanto ineffabile sia la qualità nel calcio. Da cosa capimo che un toso ga stofa, che el ga i pie boni, che el sa stare in campo? Nessun ce ga insegnà sta roba ma quando che in campo vedemo uno forte savemo che queo che percepimo ze esatto, giusto argomentava Agostino. E aggiungeva furbetto e didascalico: “Che cosa è dunque la qualità nel calcio? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so più”. In un mondo fatto di quantità, di misurazioni, di calcoli - pensava Agostino, tranne quando leggeva il saldo del suo conto in banca - ze a quaità che fa a diferensa. Poco pi a sinistra rispeto al Scorpion, pi in baso, vedio el Sagittario, eco a ze a diresion dea Via Lattea, a nostra gaeasia. Di anno in anno distesi a terra avevano appreso grammatiche nuove. Paolo Rossi li aveva portati in quel campo, in quelle notti di luglio, a desiderare di leggere gli alfabeti antichi delle cose. Il tempo della loro prima giovinezza fino all’età adulta era stato fortemente accompagnato dal quel loro rito di luglio. Giovanni fondò un’associazione atronomica che faceva corsi per scuole, “Estrella rocha” si chiamava. Agostino convinse il comune a pubblicargli un libro che raccontava le gesta, i festeggiamenti e le emozioni del paese durante mondiali di Spagna ‘82 dal titolo: Che a note de luglio 1982. El cielo stelato sora de noaltri, la copa del mondo dentro de noaltri. Fabio allenatore patentato istituì in paese la scuola di calcio: alla prima lezione diceva ai bambini che el calcio ga a che fare co a felicità: par stare ben bisogna vere dei bei ricordi, par vere bei ricordi bisogna qualche volta vinsere; anca tirando de pontàe, che te a trè dentro sicuro. Giovanni, la loro voce interiore, tracciava direzioni vardando verso el cimitero a Nord vedemo e do Orse, se tirè i oci podì individuare la stea poeare col soito sistema clasico, queo del caro magiore, che però se vede poco pae luci dea nova lotizasion; ma ghe ze Casiopea che a ze alta, eco podemo usarla come riferimento par trovare a stea poeare. Marco, da poco, se n’era andato. Insieme ai fiori, sulla bara, tra la terra e i sassi, gli ex ragazzi del 1982 gettarono una foto della loro nazionale e la carta del cielo di luglio. E un foglietto con scritto desso te poi darghe de tajo fin che te voi. Nella breve orazione funebre Agostino riprese il suo tema caro: ghe voe un poco de vinsere dentro de noialtri par stare in pie nei teremoti. Bisogna sercarlo. Voerlo. Regaearlo. Era il maggio 2006. Dopo due mesi sarebbe risuccesso. In Germania. Inaspettato come l’altra volta. In campo dopo mezzanotte il 9 luglio 2006 alcuni ragazzini festeggiarono con le birre. Da allora non più l’11, ma neppure il 9. Si fa il 10. Insieme ragazzi del 1982 e del 2006. Ma con una cosa in più: la gara di tiri da fermo. De pontàe. Per tre anni di fila hanno vinto i ragazzini. Casso, no semo pi boni de tirare de pontàe disse Agostino cossa ne ze suceso?
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