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A quanti – nei giorni del Dio calcio – è venuto in mente Nino, le sue scarpette di gomma e quella paura senza età di calciare un rigore.
Prima di ogni partita rimbombava nella mia testa quella melodia come se sperassi di vedere nei volti dei giocatori la sua stessa paura. Forse timidezza. Ma l’ultima religione rimasta non permette il difetto, nemmeno la fragilità, un popolo guarda e osserva ogni movimento, un singolo gesto coinvolge un lavoro di interpretazione che solo nel calcio è rimasto. Ogni microbo di una partita viene analizzato al microscopio fino all’ossessione, nulla è lasciato alla fantasia o al racconto. Eppure tutto questo coinvolge la Vita: per novanta minuti ti senti parte di qualcosa – che non è solo la tua nazione - come mai era capitato prima. Le appartenenze sono state distrutte dalla post-modernità, si dice. Nel calcio no, le lancette del tempo tornano indietro e allora tutto si trasforma in epica e quella battaglia sembra l’unica che possa dare un senso alla giornata e, perché no, alle giornate precedenti, forse ai molti anni appena trascorsi. Poi, solo alla fine, ci si accorge che manca l’autenticità necessaria per ritrovare il senso. Nino aveva dodici anni e il rigore, alla fine, l’ha segnato, mentre Baggio in quel maledetto mondiale l’ha presa troppo sotto. Ma l’ha detto lui: “I rigori li sbaglia solo chi li tira”. Già. E poi c’era la malinconia del suo sguardo ogni volta che entrava in campo. Si, la malinconia, ecco perché mi ricordo del Divin Codino. In fondo, quel rigore è come se non fosse mai esistito. |