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“Signora, suo figlio è bravo ma non si applica”. Parole che non uscivano dalla bocca dell'insegnante di matematica ma del Mister col baffo, allenatore della squadra giovanile di pallone. Il calcio è un fatto di episodi.
Come il viaggio e il viaggiare: quelle “galoppate” insensate lungo la fascia laterale del campo, gesti atletici fulgidi, netti, epocali, inconcludenti. A fine corsa energie non sufficienti per un “cross” ai compagni. “Grinta!”. Il coach sembrava aver colto in pieno la mancanza di uno dei suoi giocatori tecnicamente più dotati, piedi buoni, visione di gioco, scatto bruciante ma, come dire, “poca voglia di vincere”. Eh, la vittoria. Il calcio dei settori giovanili scandiva la settimana di un ragazzino negli anni '80 come poche altre cose: la scuola, il catechismo obbligatorio e la domenica a messa per finta. Due allenamenti e partita nel week-end. Almeno 10 anni, dalle elementari fino ai primi spinelli, passati a correre sui campi dei paesi limitrofi inseguendo palloni e gol (goals), piccole delusioni cocenti e vittorie di campanilismo becero e raffinatissimo. Purismi. Spesso chi ha scalciato qualche pallone e giocato con una qualsiasi casacca (sponsorizzata) sente l'autorità di dire dello sport più amato dagli italiani, adducendo la scarsa competenza degli interlocutori. Poche persone del Belpaese possono dire di non aver mai rincorso il fatidico pallone, ergo tutti esperti, i famosi 50 milioni e fischia di allenatori. E fateci convocare gli azzurri col televoto, suvvia! Ma per giocare bisognerebbe almeno capire il fuorigioco e il contropiede. E intuire l'ordine e la geometria, da manuale le ammucchiate “no far mùcio!” della categoria pulcini. Ma mondocalcio è anche altro. La xenofobia spazzata in un angolo dal torneo internazionale, frutto del gemellaggio tra gente di qui e gente d'oltralpe, coi quali si finiva inevitabilmente per urlarsi “pedé” e “reciòni” in allegria. La bellezza e la forza dell'epiteto, calciare come Platinì - Baggio - Maradona, dirsi veloci e precisi come Garrincha, Signori o Sneijder, darsi dei fantasisti cazzonari tipo Recoba, Gascoigne o Cassano. La psicologia di gruppo, quel “dai tosi, podémo fàrghea” che oggi si declinerebbe con tecnicismi da terapia di gruppo 2punto0. La sportività di quelle amichevoli col sorriso dove rotule e caviglie saltavano come popcorn sull'olio bollente. Ad ognuno la maglia, il nome e il numero, ad ognuno l'identità e un posto nel calcio d'Italia. Poi un bel giorno l'adolescenza, gli ormoni, la crisi e un addio non evitabile: “tosi, compagni, ragassi, mollo, smetto, boia me, ho da fare dell'altro, ho da mettere su un gruppo rock adesso”. Tutti zitti, increduli. È Gol! |