Adorava la sfera. Come i passaggi veloci delle dita sul braccio della chitarra. Palla e corde. Preti così non se ne piazzavano tanti sul mercato, e conoscerlo qualche giorno dopo aver varcato le porte del grande casermone del seminario, era per me come andare più su, sopra il blu. Perché sotto il blu, i preti erano proprio quegli altri, non c’era scampo. Ometti dal cardigan blu, con i pantaloni a piega blu, ai piedi i calzetti blu e con le scarpe un po’ lise (blu). Ma non il blu cielo. Il blu clero. Uè, tanto di cappello per questi uomini ci mancherebbe. Eppure lui era diverso, ma proprio in tutto. Sarà perché dall’altro mondo da cui certamente veniva, non erano adusi. Sarà perché la sostanza di cui era fatto gliel’acconsentiva. O sarà, chissà, forse la grande distanza da noi “umani”, lo faceva rilucere. Cosa sarà stato... Fatto sta, io non avevo mai visto un prete suonare e giocare così. Le mani sulle corde erano come le zampe di un giaguaro sulla polvere. Ma giocava come un orso. Però giocava, Dio, e come giocava. Ormai mi ero fatto un’idea: a catechismo il prete passava, gli si serviva anche messa e, prima, lui girava e rigirava tutt’intorno alla chiesa sciorinando le avemarie. Anche lui paternostrava. Ma erano altri rosari, ragazzi. Passa la palla. Crossa. Scarta, tira, tira... No, cazzo! No, no! Sì sì. La libertà blasfema di dirlo. Perché anche gli ometti blu con il cardigan blu e tutte le cose blu lo pensavano, diciamocelo. Poco aggraziato nella corsa, più un vitellone ruspante su un pallina da tennis, amava certamente le geometrie circolari, senza lati. Mal tollerava base per altezza. Andava volentieri a pi greco tre e quattordici. Aspettavo la partita delle due del pomeriggio ma quando c’era lui perché era più dell’agone classico tra ragazzini testosteronati, ma recintati dentro un seminario dove si doveva mantenere linguaggio consono, regole e disciplina. Con lui il calcio squadernava la nostra umanità. La palla faceva affiorare, ma con commovente leggerezza, anche le altre che dovevano in certo senso restare sottaciute, azzittite. In quel campo venivamo alla luce. Non che in altre occasioni abbia subito repressioni di sorta, nel modo più assoluto. Credo di aver passato begli anni in seminario, pur con tutti i (tanti) limiti della struttura. Ma poter dare voce al boato che hai nella pancia a tredici anni senza preoccuparsi che fosse gregoriano. Poter spalancare la gabbia ad un “porca...” che avevi in bocca. Poter essere. Attorno ad un pallone più che con la corona, ho capito da un prete che Dio c’incontra nel quotidiano. Banale talvolta come lo specchio di una porta. Là, più che sul baldacchino del Corpus Domini.
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