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Puzza. Non c’è niente da fare. Questo angolo di mondo puzza.
Puzza di letame. Sparso a larghe braccia sui campi incastrati tra i capannoni. Puzza perché ci siamo dimenticati del passato contadino di queste terre, e del fatto che le vacche ed i maiali non producono solo salami e yogurt. Puzza di gasolio bruciato male. Dovunque. Visto che camion e trattori si dividono strade raramente pensate per il traffico pesante, e corrono veloci vicino alle scuole. Puzza di scarichi industriali. E a volte è un tanfo che uccide i profumi delle rose delle case a schiera. Più per vicinanza che per forza. Per qualcuno puzza di negro e di rumeno. E ci vogliono stomaci forti e narici stoiche per affrontare gli effluvi di una colazione pachistana assieme al caffellatte. Ché gli immigrati li vorremmo attaccati alle macchine in fabbrica, ma non attaccati ai fornelli in casa. E agli odori pesanti delle cucine, si aggiunge un po’ di puzza di ipocrisia. Puzza di sudore. Sudore freddo. Di operai che guardano stipendi smagriti e di imprenditori che scrutano fatture insaziabili. Puzza di alcol. E ci possiamo titillare all’infinito con la “cultura del bere” e col “social drinking”. Troppo spesso finisce tutto con due segni di copertone e qualcuno stampato contro un platano. E la puzza di sangue e di paura. Puzza. Non c’è niente da fare. Questa terra puzza. Eppure dietro le scie acide dei camion e delle autobotti, sotto le volute dei camini industriali e delle canne fumarie, ci sono dei profumi, che a trovarli c’è da restare a naso in su. Come i cani di Jack London che guardano la luna. Il profumo dei giardini delle ville palladiane e di qualche angolo di parco ostinato, che ci ricordano che di questa terra possiamo ancora stupirci per quant'è bella. Quello di borotalco dei bambini piccoli. Ecchissenefrega se il cognome che portano suona strano. Quello caldo del cibo delle feste da corte contadina. Anche se non ci sono quasi più contadini e le corti sono diventate parcheggi. Quello fresco dei ragazzi che tornano dai loro viaggi. Che siano vacanze o l’Erasmus, poco importa. Quello frizzante di chi ci crede, di chi ci prova ancora a cambiare il mondo in cui vive. Coltivando campi “bio” o pannelli solari. O anche semplicemente qualche idea. E allora, allora è come stare su un treno affollato. Dove gli odori sgradevoli sono così tanti che vien voglia di tirare il freno e scendere. E vaffanculo al viaggio, alla destinazione e alla partenza e a tutto quello che ci sta in mezzo. Ed essere colpiti da un profumo leggero, di quelli che ti accarezzano la mente prima di qualsiasi altra cosa. E scoprire che di quel profumo, e di chi lo porta, ci si può persino innamorare. E pensare che se non fosse stato per tutta questa puzza, forse quel profumo non l’avresti notato mai. |