Cara Giulietta, questa non è una lettera d’amore. È una lettera di fame, di sete, di privazione, di mancanza, di nostalgia. E la scrivo a te perché sono tutte cose che non ti riguardano. Scusa, perché mi rendo conto che tutto questo possa suonare strano. Io volevo solo dirti che non ho bisogno di te, che tu non hai nessun potere su di me. Per me è molto difficile dirti questo, visto che a parlarsi sono stati solo i nostri occhi, e io nei tuoi ho visto qualcosa che mi ha fatto felicitare, inorgoglire, vantare ma nulla più. Il mio stomaco invece molto ha sentito, nel senso di una voglia di morderti, di mangiarti, di ingurgitarti. Le tue natiche, il seno che straborda, il collo e le sue pieghe carnose, le tue labbra rosa come un boccone turgido e caldo. Arrivi al mattino e passi per il corridoio sculettando, maledetta porca, perché lo sai bene che già presto nel giorno susciti appetito. E io ho sempre fame di pietanze come te. Poi sai anche parlare e cadere in un pozzo di tristezza, ma come è possibile? Non riesco a capacitarmi che una bellezza erotica come quella che porti vada insieme a una profondità di sentimento tale e per di più romantica. Parli e comunichi dispiacere per quanto è passato, susciti nostalgia per quello che non ci è più possibile vivere e si tratta di pomeriggi universitari e nottate studentesche… parli ancora e io comincio a vedere sorgenti di acqua limpida, parchi secolari e ville antiche in decadenza e poi… Venezia, ah Venezia! Venezia non manca mai nelle fantasie d’amore, chissà per quale strano motivo - ebraico senz’altro. L’Olocausto e la morte entrano anch’essi nei discorsi che fai, come è stato possibile quell’abisso di male ed è ciò che suscita in te il cordoglio più profondo, perché sei dolce, mammamia che fame, che maiala ripiena di miele che sei. E io sono frastornato, non capisco perché in me facciano capolino sentimenti antichi che pensavo scomparsi, fanciulleschi, sbarazzini, struggenti, rabbiosi, gelosi, ciechi e infantili. Ma anche il ricordo di pomeriggi con sole schiacciante e ombre corte, giardini solitari, balaustre di pietra bianca, profumo di salmastro, primi baci, capelli ricci, jeans attillati e sotto a tutto, mutandine fiorite a parte, la musica di Schumann. Che non riesco ad ascoltare –giustamente - da molto. Beh, per chiudere questa che mi rendo conto essere una lettera strana, che non so cosa susciterà in te, volevo ribadirti il concetto centrale: fai fame, non amore, e in particolare di un capezzolo. E io ormai sono abituato al digiuno. Ma porca puttana che figa che sei.
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