Sarà stato che Alberto aveva superato i quarant’anni. Quarant’uno. Saranno state le immagini di quei giorni. La marea di petrolio che si abbatteva nel golfo americano. Rosso scuro, irrefrenabile, mortifero. Sarà stato che aveva appena portato suo figlio a scuola per gli esami di terza media. Sarà. Ma quella mattina in macchina, dopo che qualcosa in lui lo aveva spinto a cercare e infilare il cd del canone di Pachelbel - quella musica “da matrimoni”, al limitare del cattivo gusto, un impasto di facilità per l’orecchio e di un qualche segreto proprio niente banale - le lacrime gli erano sgorgate grosse e lente. Aveva fermato l’Audi tra due lampioni della ciclabile lungo la provinciale e, mentre fuori nevicava il bianco dei pioppi, dentro, dopo che anche il terzo violino era entrato nel giro del canone, pianse da perdere il fiato. L’azienda che stava aspettando il suo arrivo per la consueta mattinata di consulenza manageriale, ricevette da lì a poco una telefonata dalla sua segreteria. Per motivi di salute l’appuntamento sarebbe saltato. In testa gli si era piantata un’immagine: la faccia di Rino. Girò la macchina e si diresse al paese dove aveva vissuto fino a dieci anni prima. Il suo paese. Quaranta chilometri erano forse troppo pochi per sistemare i pensieri. Guidò lento, ancora scosso dall’apparire improvviso di quella visita nella sua memoria. Strade secondarie. La campagna di giugno, ancora in ritardo con se stesso, era di un’eleganza spettinata. Aveva bisogno di vedere Rino, di dire qualcosa a Rino. Una parte della sua giovinezza era stata impegnata, insieme ad un gruppo piuttosto esteso ed organizzato, alla sistematica arte del dileggio. Vittima ignara Rino, titolare della tabaccheria del paese. E sua moglie, Ada. Se la presa per il culo fosse stata un reato sarebbero stati accusati di associazione a delinquere. Tutto iniziò un giorno di molti anni prima quando tornando dall’università avevano visto Rino e la moglie Ada in città, fermi sul lato di una strada abbastanza centrale, seggiolini e tavolino da campeggio che addentavano dei panini imbottiti di tutto, avvolti dalla carta stagnola. Sembrava fossero in ferie. Erano in ferie. Un giorno. A trenta chilometri da casa. In un parcheggio cittadino. Intorno qualche ciuffo verde, aiuole dei lampioni. Loro beati. E Rino a dire alla Ada: “ze gusto co se se a gode”. “A me par de essere in ferie”. La cosa girò in paese. I panini della Ada pieni di tutto (formaggio, insalata di orto, sarde fritte deliscate, maionese fatta in casa con le uova, fette di pomodoro; oppure la variante con la cotoletta con un impanatura doppia e speziata), le seggiole e il tavolo da campeggio, la panza di Dino che fuoriusciva dalla maglietta, il bottiglione di rosso, la carta stagnola che a stento tratteneva il tracimare della maionese, gialla. Le ciabatte di vinpelle indossate con calzino color pervinca. Rino aveva anche preso sonno con lo stuzzicadenti in bocca, seduto sulla seggiola e le gambe appoggiate sul sedile della macchina, la porta del passeggero aperta. Quasi in centro città. Robe da non credere. Alberto e gli altri ci costruirono un’epopea della sfiga. Si sarebbero divertiti per anni. Costituirono un comitato abbastanza segreto – il CAR (Comitato Ada Rino) - che aveva come obiettivo canzonare, ad insaputa dei protagonisti, il loro pervasivo cattivo gusto. Innata per Ada era la predisposizione all’utilizzo improprio delle parole, all’inversione logica di concetti. Un senso naturale per gli spropositi. Come quella volta che chiese alla vecchissima Olga che passeggiava col bastone davanti alla tabaccheria “Salve Olga come sea?” “Eh cossa vuto Ada, so piena de doeori. El vero problema ze che so vecia, tanto vecia” E Ada rispose: “eh cossa vorla che sia, e ze robe che passa”. Oppure la sua battuta più ripetuta: “A vao a fare i panini par doman, che senò me va zo el coesteroeo”. Un triplo salto carpiato con mezzo avvitamento. Il comitato si proponeva appunto di incentivare i comportamenti già di per sé bizzarri di Rino e consorte, di marcare la loro attitudine al kitch esistenziale, di titillare il sarcasmo incipiente dei compaesani di fronte alle pose della coppia. “I do sfigai” li chiamavano. La cosa partì per gioco. In un paio d’anni diventò un hobby strutturato che coinvolgeva molte persone. Ogni tanto facevano anche delle riunioni per organizzare l’ennesima imboscata, l’ennesimo palcoscenico. In tabaccheria passavano spesso quelli del CAR. Per prendere le sigarette o per giocare le schedine (“sito vegnuo metare a sisa?”) e per sentire gli spropositi della Ada o le trovate di Rino. Per poi raccontarle, tra le sganasciate irrefrenabili, con un passaparola quasi scientifico.“Belle Ada e to nove scarpe”, “e sì ciò e ze in pelle de vitello tonnato”. Se ne inventarono di tutti i colori per metterli nelle condizioni di rivelare il loro goffo stare al mondo. Li invitarono nelle loro case al mare e in montagna per gustarseli da vicino; li portarono anche in piscina (tra un bagno e l’altro Rino andava in macchina a dormire un quarto d’ora). Iniziarono a girare foto e qualche video delle loro gite al mare (costumi ascellari, frighetto co i ghiacci d’ordinanza, stagnola che proteggeva panini, maionese). Quando la tabaccheria era chiusa Rino e Ada, se pioveva, andavano al mare, in pineta. A respirare l’odore dei pini marittimi dopo la pioggia “sto odore me fa ben pa a bronchite smatica e anca pa l’artrosi”. Quel giorno in macchina Alberto, non capiva cosa lo avesse fatto precipitare in quel suo sentire. Probabilmente provava qualcosa che assomigliava alla vergogna. Per quella continuata, premeditata, sistematica, carsica presa giro di quei due poveri di spirito. Abbandonati i suoi programmi del giorno, fu l’impeto rugoso di quel sentimento che lo spinse fino alla tabaccheria. Non sapeva bene cosa avrebbe detto e fatto arrivato lì, da Rino e Ada. Appena entrato in tabaccheria, stranamente vuota di gente, Rino gli andò incontro abbracciandolo. “Nooo Alberto, vara che combinasion proprio ieri sera gavevo parlà de ti co la Ada”. Alberto tentò di accennare al motivo della sua visita, ma Rino fu un fiume in piena. Gli raccontò di tutte le gite che avevano fatto negli ultimi anni, che la cura dell’odore dei pini marittimi dopo la pioggia funziona sempre meglio, che avevano comprato un frighetto elettrico da collegare all’accendi sigari in macchina, della scoperta di un nuovo modo di fare la maionese. Farla gialla, giallissima. Gli disse che loro – Alberto ed amici - un po’ gli mancavano. “No Rino non sta dire così, non se meritemo niente, noialtri par massa tempo ve ghemo preso pesantemente pa el cueo” disse Alberto con il tono della confessione venuta male. Rino scrollò la testa come per dire che non capiva o che non era d’accordo e disse: “beh se ze par queo lo go sempre savuo che me toevi pa el cueo, ze che vedevimo che ve a godevi un mondo”. “Te se queo che digo sempre, ze gusto co se se a gode”. In quel momento arrivo in negozio Ada con i panini del giorno. Baci e abbracci con Alberto. “Dai Ada tira fora i panini” disse Rino. Lì sul banco, di fianco ai gratta e vinci, Alberto per la prima volta assaggiava i panini di Ada. L’incontro finì presto senza cerimonie. Arrivò gente, un sacco di gente a giocare al superenalotto. Non c’era tempo per continuare a parlare. Alberto rimase un po’ a guardarli inebetito. Si salutarono in velocità. “Dai che vegnemo trovarve un giorno”. Durante il ritorno, in macchina Alberto continuava a guardarsi nello specchietto retrovisore. La sua faccia con un rigo di maionese che Ada, baciandolo, gli aveva lasciato sulla guancia. Giallissimo.
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