Essendo l'uomo ancora, per il momento, un appartenente al regno animale, deve ancora sottostare ad alcune noiose leggi che regolano la vita di questo regno tra le quali ce n'è una particolarmente rilevante: per sopravvivere, gli animali debbono procurarsi il cibo con cui nutrire il proprio corpo. Nei secoli l'uomo ha trasformato questa necessità fisiologica, l'ha fatta evolvere fino a farla diventare parte integrante della propria cultura; e oggi il cibo, come i tratti somatici, il modo di vestire, la lingua, può essere utilizzato per individuare precisamente la provenienza geografica e culturale di una persona. O forse questo accadeva fino a ieri. I fenomeni di migrazione, la società multiculturale, la produzione di massa fino ad arrivare alla globalizzazione hanno modificato il modo in cui la cultura si forma e il modo in cui le diverse culture si mettono in relazione e questo, ovviamente, ha influito anche sul cibo, sul modo di percepirlo, di produrlo, di distribuirlo. Le conseguenze che questo processo ha portato sul modello nutrizionale a mio parere non sono diverse dalle conseguenze provocate su molti altri aspetti della nostra vita: aumento della possibilità di scelta, diminuzione della qualità. Logica del consumo, insomma. Servono esempi? Cito solo la “mucca pazza”, esplosa perché il mangime dato alle vacche veniva prodotto con farine animali ricavate dalle carcasse di pecore morte per malattia. Questo modello a me non piace, per cui ho cercato un'alternativa. Personalmente non sono un grande fan del biologico, del macrobiotico e dei grandi circuiti alternativi perché mi sembra si tratti di un fenomeno di consumo d'élite e poco più. Mi interessa invece molto parlare di una nutrizione che sia sana e sostenibile, fatta di agricoltori e allevatori che producono prima di tutto perché vogliono mangiare bene e dar da mangiare bene alle loro famiglie, e poi vendere il loro prodotto. Ho scoperto in questi anni che queste persone esistono e non serve nemmeno andare lontano; la mia personale ambizione è arrivare a rivolgermi esclusivamente a questo tipo di produttore, provando ad eliminare completamente la grande distribuzione; magari passando transitoriamente per qualche G.A.S. Questa ricerca richiede tempo, limita le possibilità di scelta tra gusti e prodotti a favore di quelli locali, tiene in circolo il denaro nel territorio e finisce per creare relazioni e intrecci, senso di comunità e quindi speranza. Esiste un modello migliore per vivere il tempo della crisi? Ce la mangiamo, insieme.
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