Ci sono parole svuotate di significato più di altre – futuro e progetto – per esempio, ma anche progresso. In fondo quale azienda, per non parlare dei partiti, propone una politica con uno sguardo lungo quindici o vent’anni? Quasi nessuna. Quale coppia prende decisioni con conseguenze oltre i tre o quattro anni? Sono domande retoriche. Forse banali, ma anche, in qualche modo, utili. Saviano ha descritto meglio di altri l’immagine che le classi dirigenti hanno del futuro: una discarica dove accumulare rifiuti su rifiuti fino alla nausea e all’avvelenamento. Nel ’48, invece, i costituenti pensavano quell’articolo sulla tutela del paesaggio quando ancora non esistevano i problemi di abusivismo edilizio e inquinamento che si sono manifestati solo nei decenni successivi. Era un altro Tempo con altri uomini. Ma non ripieghiamo sulla nostalgia. Oggi - il nostro - sembra un paese dove tutto, ma proprio tutto, avviene in ritardo: è fermo, immobile e stanco. L’ultima indagine dell’Istat pubblicata da tutti i giornali, conferma qualcosa che la quotidianità non smette mai di ricordarci: a casa con mamma e papà non è più una scelta o un piacere, ma una costrizione. Oltre a un valore di lungo periodo della felicità, ci sono pochi eventi che producono effetti negativi duraturi: perdere o non trovare il lavoro è uno di questi, perché è un fallimento sociale che tocca nel profondo il ruolo di una persona rispetto all’ambiente che lo circonda. È anche così che una società non si riconosce più e viene attraversata dalla paura. La paura è un sentimento, ma è anche l’espressione di una categoria politica: l’ineguaglianza. Ci sono la questione del lavoro e quella di una nuova domanda di felicità. Riflettiamo un istante: cosa augurerebbe un genitore al proprio figlio? Di guadagnare ogni anno sempre di più? Allora il Pil sarebbe l’unità di misura adeguata nella rilevazione della felicità. Ma sappiamo che non è così. Più probabilmente quel genitore risponderebbe: ‘una buona salute’, ‘amici’ e ‘la possibilità di vivere in un ambiente sano’. Dovremmo fare un passo indietro per alleggerire e ridare vitalità a un Tempo confuso e inquinato. Fare un po’ meno – lasciando più spazio alla battaglia culturale e politica - per contribuire a chiarire e segnare un percorso rivoluzionario e gentile che anche Stilelibero prova ogni mese a immaginare.
|
