La prigione perfetta è quella che non sembra affatto una prigione. La prigione perfetta è quella nella quale stiamo-abitiamo-viviamo, è il nostro tempo, è sempre stata così e sempre sarà così. La prigione perfetta ha i suoi luoghi, i suoi riti, le sue convenzioni. La prigione perfetta ha le sue abitudini, le abitudini sono rassicuranti, ci fanno bene, riempiono l'esistenza, tappano le falle ed i vuoti, ci trascinano nei nostri respiri. Il Presente non esiste, il Passato ci racconta quello che sarà il Futuro. Ripetizione. E così le giornate vengono scandite, regolari, lineari. Nella prigione perfetta ogni istante ha un suo posto. E le imperfezioni, i "cambiamenti", ecco, sono abbagli, mezzucci per rendere forse più accettabile la prigione perfetta. Matrix, il primo Matrix, era tutto tranne che un film cretino. C'era il nodo della filosofia politica occidentale, c'era dentro il mito della Caverna di Platone, il racconto della prigione perfetta: quella che non sembra, mai, una prigione. Perchè ti fa stare bene. Ti coccola. Ti vizia. Ti consuma facendoti consumare. Ogni epoca della Storia ha avuto la sua capacità di generare prigioni. Ci siamo liberati, di volta in volta, della prigione della dittatura, della schiavitù, della tradizione, della famiglia, della morale, della religione. Ed oggi, oggi che siamo liberi da ogni prigione, perchè ci sentiamo imprigionati? Perchè è così perfetta questa prigione da non lasciar intuire via d'evasione? E come possiamo evadere noi, noi che siamo stati così bravi a creare la prigione perfetta, noi che siamo stati così bravi ad imprigionarci dentro la convinzione di essere liberi da tutto, anche dalla prigione? Forse andrebbe fatto un estremo gesto d'umiltà, quello di accettare che in una prigione ci siamo ficcati. E forse dovremmo capire che ci siamo finiti insieme, che non c'è qualcuno di più fortunato o meno fortunato. Nella prigione ci stiamo - con sfighe diverse - tutti. Per questo è tempo di liberarsi da una prigione piena di debiti, di lavori precari, di incertezze, di inquinamento, di assenze di senso. Che non sono drammi personali, individuali. Sono tragedie collettive. Sono le sbarre di tutti. Sbarre diventate tossiche, sembra quasi che la massima aspirazione umana sia mangiare, il massimo è diventato il minimo: sopravvivere. Sperando che, nel frattempo, la "crisi" passi. Così, per grazia (televisiva) ricevuta.
|
