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Io dimentico le cose. È sempre stato così, anche quando mamma mi diceva di dare da mangiare ai cani, anche quando dovevo suonare in qualche locale pieno di fumo e di ragazze seminude e me ne ricordavo solo all'ultimo momento, e arrivavo sul palcoscenico sudato e scomposto.
Che tanto chissenefrega, avevo vent'anni e nessuno nella sala prestava attenzione a me, alle mie mani dalle unghie corte o alla musica che suonavo, piacevole e indistinto accompagnamento a qualche provocante, provinciale movimento di fianchi. Ma alcune cose me le ricordo. Mi ricordo le mie dita sui tasti e la musica. Quella canzone che suonavo con gli occhi chiusi e le labbra serrate. Io e il pianoforte, una fortezza. 'The heart asks pleasure first', così si chiamava. Tre minuti e ventisei secondi di vaffanculo, alla mia infanzia contadina, allo spaccarsi la schiena lavorando a fianco di un padre ruvido e miope. Vaffanculo al dover chiedere al prete il permesso di esercitarmi al suo pianoforte, “Sì faccio piano, sì la smetto con la solita nenia”. Non la smettevo mai. E poi, spiacente, i tuoi tre minuti e ventisei sono finiti. Mi ricordo un sapore, il sapore dell'ultima sigaretta. L'ennesima. Una pugnalata al cuore e ai polmoni, che sapeva già di rimpianto e di promesse non mantenute. E poi, spiacente, i tuoi tre minuti e ventisei sono finiti. Mi ricordo il conservatorio. La retta che costava, e ogni volta che la si pagava la sensazione era sempre quella, il bruciore codardo di quando ti va il sudore negli occhi. E non ci vedi più. E poi, spiacente, i tuoi tre minuti e ventisei sono finiti. Mi ricordo gli applausi, i teatri che odoravano di legno e di complimenti affilati. Mi ricordo i leggii, abbandonati a se stessi dopo la prima di un concerto come ragni anoressici. E poi, spiacente, i tuoi tre minuti e ventisei sono finiti. Mi ricordo una ragazza, i capelli neri che ballavano alla musica del mio pianoforte, sempre la stessa. E io che non sono riuscito a staccare le mani dai tasti per prenderla per i fianchi. Così la ragazza e i suoi capelli neri se ne sono andati. Danzando com'erano arrivati. E poi, spiacente, i tuoi tre minuti e ventisei sono finiti. Mi ricordo l'odore acre di ospedale, un uomo con il camice e gli occhi tristi. Mi ricordo una parola. “Artrite”. Mi ricordo il boccheggiare, il mio impazzito saltare alla ricerca di ossigeno come uno stupido, ostinato pesce rosso scampato alla sua boccia, la sua prigione e la sua salvezza. E poi, spiacente, i miei tre minuti e ventisei sono finiti. |