Il 22 maggio 2005 Felice Scarso, titolare della Ferramenta Utensileria Materiale Elettrico Scarso Metalli, compiva 60 anni. Davanti al negozio, sul marciapiede, dove ogni mattina era solito esporre i “prodotti da marciapie” (rasaerba, decespugliatori, le macchine per imbottigliare e tappare il vino, barbecue di diverse misure, cucine economiche…) gli amici/avventori più affezionati gli fecero trovare scritto con dei caratteri ricavati da cubi di polistirolo: “Finementre te gavarè finio de comandare…” Erano anni che Felice diceva a mo’ di promessa solenne “mi co compio sesanta ani vao in pension”. A dire il vero nell’ultimo anno, con l’approssimarsi del fatidico 22 maggio aveva diradato questa sua dichiarazione di intenti. Anzi, a chi lo interrogava sulla questione rispondeva borbottando insulti quasi silenziosi e quasi incomprensibili. Il tema, che era stato una delle sue “vision” esistenziali, uno dei suoi motori ideologici - sul quale e per il quale tante discussioni aveva sostenuto e tante motivazioni aveva sputato in faccia ai suoi agnostici interlocutori - ora quasi lo infastidiva. In paese Felice Scarso era un’istituzione. “Vao da Scarso a torme do tasei che go da tacare…”; “la meio cusina economica paea taverna te a trovi da Scarso”. Intere generazioni di ragazzi degli anni settanta e ottanta erano passate da Scarso a comprare le cerbottane per gli stoppini – “i piroi” – e poi giù battaglie a squadre nelle case in costruzione “dea nova lotisasion”. Battaglie memorabili di cui restava memoria perfino per un’estate intera. Poi, a metà degli anni ottanta, basta. Nessuno ha mai capito perché, forse neanche i ragazzi. E sì che per almeno vent’anni di lottizzazioni e di case nuove in costruzione il paese è stato pieno. E ancora lo è. Felice ostregava con i tusi che venivano numerosi a prendersi “ancora cane paea cerbottana e nastro? Varè tusi che na volta o l’altra ve fe mae”. Era però diventato un loro consulente su tutti gli aspetti tecnici dello strumento. Sapeva perfino che con certe “cane ze meio che i stoppini te i fasi co a carta dea Famigliacristiana” e con altre invece “va ben quea de Panorama, ma no ste lazare che l’è un giornae comunista, no te vedi che ze pien de foto de femane…”. Insomma per i tosi era un temuto ma necessario interlocutore, anche quando sbraitava con la sua voce da baritono per domare la confusione di gruppi di ragazzi che contemporaneamente gli entravano in negozio: “Sio vegnesti qua a comandare in casa mia? Casa mia so paron mi!” E mandava tutti via “fora, tornè dopo. Uno aea volta senò no ve vendo niente.” “Paroni in casa nostra” era per lui molto di più di un adagio elettorale. Era la sua seconda visione del mondo, dopo quella di andare in pensione a 60 spaccati. Era l’idea forte che fa uomo un uomo. Era il principio trascendentale che rendeva possibile, sosteneva e spiegava tutto il resto. La disse a tutti. Anzi la sputò in faccia a tutti. “Lo so, so aggressivo e ora?”, “Ze un dovere essere aggressivo, un compito dea vita, contro chi che voe metare el naso in casa tua”, “che voe vegnere comandare in casa tua”. “Ga ancora da nassare chi che me comanda in casa mia”. Lo spiegò molto bene al funzionario comunale – originario di Rovigo – quando gli spiegò che bisognava pagare la tassa per l’occupazione del suolo pubblico se voleva continuare a mettere sul marciapiede le cose del negozio. Lo spiegò bene al prete nuovo che voleva cambiare il percorso della processione “dee quaranta ore”. Lo spiegò – quella sola volta anche bestemmiando (era rude e aggressivo sì, ma molto religioso) – anche alla società di franchising che voleva imporgli la vendita in esclusiva di una sola marca di tasselli da muro facendo la più completa sintesi del suo credo: “qua so paron mi, paron casa mia, qua voialtri no vegnì a comandare na bea merda, ga ancora da nassare chi che me comanda a mi, e l’ultimo che ghe ga provà l’è ancora in cantina chel sgiosa”. Poi arrivò il 22 di maggio. Anche se oramai di andare in pensione non era più convinto, la struttura normativa delle sue verità tanto predicate lo costringeva alla coerenza. La coerenza alle sentenze di una vita. Vendette la gloriosa Ferramenta Utilensileria Scarso Metalli. Ne ricavò abbastanza. Passò quell’estate. Verso la fine di settembre accusò dei malesseri. Di notte non dormiva. Le sue uscite in paese al bar non lo vedevano più al centro delle discussioni, protagonista delle accelerazioni dialettiche di una volta. Sedeva in disparte, caffè hag e giornale. Spesso guardava fuori dal finestrone del bar, come incantato. “Cossa gheto Scarso? No te gavarè mia pensieri ti?” gli dicevano. “Dai vien qua a zugare na partia”. Con la mano, come spostando goffamente l’aria di lato, rifiutava l’invito senza dire altro. E tornava a fingere di leggere il giornale. Dopo molte settimane di insonnia e i pochi risultati delle gocce per dormire il suo anziano medico del paese lo inviò in un servizio di salute mentale: “el vaga là sior Scarso, mi su ste robe no so tanto bon”. Alla prima seduta raccontò al dottore di avere dei pensieri che non aveva mai avuto “a go pensieri strani, anca bruti; non so bon de tegnerli fermi”. Usò una parola che non era presente nel suo vocabolario “me vien dee paure che no e va pi via”. Disse la sua sensazione di spaesamento “ze come che gavesse qualcosa dentro de mi che no so cossa chel sia”. Raccontò, con le uniche parole che aveva allora a disposizione, il senso acuto di un dolore nuovo, forse sconosciuto “come un magon, un magon forte”. Alla seconda seduta gli scivolò “ze come che no fosse pi paron de mi”. Col tempo lo psicoterapeuta imparò ad ascoltare i suoi lunghi silenzi. Indagò l’eco della sua vecchia aggressività, sopita ora da un dolore sordo e nascosto. Ascoltò le sue dure ragioni. Assistette a sue inconsapevoli conversioni. Dopo parecchie decine di incontri pieni di pena e di faticosi lenti approdi, il dottore capì che era giunto il momento di fargliela quella domanda. E, un giorno, gliela fece: “ma lei è davvero certo che na volta lei era paron in casa sua?” “Anzi le chiedo ancora più precisamente: secondo lei si può davvero essere paroni in casa propria?” Felice lo guardò a lungo. Fece una smorfia e disse: “dotore el vaga in mona”. Si alzò ed uscì dallo studio. Furono le ultime parole che si dissero. Lui e il dottore. Erano passati cinque anni dal giorno del suo abbandono della ferramenta. Dalla finestra il dottore lo guardò andarsene. Era maggio. Le finestre delle case vicine erano aperte. Alcune mostravano le braccia nude di qualche donna. Felice si sorprese quando, incrociando il suo sguardo incuriosito, una di loro sorrise lieta, sapendo di essere desiderata. Felice si ricordò che era il 22. Il suo compleanno.
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