Ecosostenibilità è la parola chiave del futuro, e di un futuro che dovrebbe essere già presente. La ricerca di uno sviluppo economico e quindi di stili di vita compatibili e armoniosi con l’ambiente, che rispettino l’esistente e non lo sfruttino indiscriminatamente è una tematica che da alcuni anni si sta insinuando sempre più nel sentire comune, attraverso i media, la politica, l’innovazione tecnologica. Un’agricoltura che tenta di definirsi biologica, lo sforzo di imbrigliare energie rinnovabili, la lotta all’inquinamento- argomenti che sono oramai presenti nella quotidianità – sono tutti quanti cifre di una sensibilità ecologica che sta maturando a livello popolare. Ci può essere il desiderio di vedere, dietro a queste tendenze, un’umanità nuova, redenta, che dopo anni/secoli di violente prevaricazioni sul creato cerca ora di stringere con questo una nuova alleanza. Abbiamo devastato tutto, ci siamo pentiti, ricominciamo tutto daccapo e facciamo le cose per bene. Dietro a queste tendenze - ecologismo, green economy, chiamatele come volete - non vedo altro, per ora, che lo spirito capitalista (il quale, come direbbe Hegel, non è che una manifestazione dello Spirito del Tempo) che difende e reinventa se stesso. Il capitalismo deve difendere se stesso perché vede concretizzarsi la minaccia che il degrado ambientale intacchi la propria ricchezza. Penso innanzitutto allo spirito ecologista dei governi – che sono lo specchio del popolo sottostante - che nasce quando e solo quando le problematiche ambientali (inquinamento, cambiamenti climatici, impoverimento dei terreni) iniziano ad erodere punti di Pil. Ad esempio, mentre scrivo, una macchia di petrolio avanza verso le coste della Lousiana: il problema non è l’alterazione dell’ambiente in sé, ma le perdite economiche che subirebbero le locali industrie ittiche o turistiche; l’inquinamento atmosferico non è un problema, fintanto che la spesa economica (la spesa sanitaria ad esempio) per arginarne i danni non diventa rilevante; lo scioglimento dei ghiacciai non è un problema di per sé, lo diventa se causa danni alle economie dei paesi costieri che ne subiscono le conseguenze, ecc.ecc.. Ecologismo sì, ma solo se conviene all’economia. Con la definizione di green economy il capitalismo reinventa se stesso. Green economy è la nuova frontiera del business, che usa i concetti e i metodi di sempre su un nuovo campo di gioco. Le nuove tecnologie che imbrigliano energie rinnovabili sono l’innovazione che darà impulso ad un nuovo tipo di consumi. La spinta di base non è il rispetto dell’ambiente ma la riduzione dei costi della bolletta energetica legata al petrolio, come è accaduto quando quest’ultimo è andato a sostituire il più dispendioso e meno efficiente carbone. Ridurre i costi della bolletta energetica significa inoltre liberare reddito per altri consumi, ecc.. Senza fretta però: nell’industria del petrolio ci sono ancora grandi interessi ( e interessi di tutti, non di qualche facilmente demonizzata multinazionale; perché quando accendo il fornello del gas o il motore dell’auto, io sono la multinazionale che ricerca trivella sfrutta ecc.). Nihil novum sub sole. L’uomo occidentale non è diventato un indio che vede nella natura la Natura: è quello di sempre, quello che millenni di storia e cultura lo hanno fatto diventare; lo dico senza moralismi, perché lo Spirito del Tempo è una categoria metafisica, non etica. Ma, come dice il direttore, in effetti bisogna avere speranza. La mia speranza è che l’uomo, come è stato in grado di adattarsi e a sopravvivere a tante situazioni, riesca a sopravvivere anche a se stesso, anche grazie ad un equivivere.
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