MILANO. Siamo al tramonto. Una nuvola rossastra avvolge la famiglia, le chiese, le scuole e le sezioni di partito, niente sembra sopravvivere all’apocalisse. In un’assemblea – molto anni ’70 - a Milano, prende la parola un ex-senatore, Giangiacomo Migone, che con voce tremante ma esperta, una sicurezza data dall’età e dall’esperienza politica, dice: "Ho avuto un figlio a 25 anni, quando è nato pesava 5 chili, un bel peso - per la sua mamma - e una responsabilità per entrambi. Ma mi rese felice. Ora, guardo i vostri volti, penso alle vostre storie. Pochi di voi hanno avuto la mia stessa fortuna. Vi hanno privato anche dei vostri tempi biologici". Spiazzante. E’ l’eco di un racconto scritto da tempo: il futuro è finito perchè non c’è rigenerazione umana e aggiornamento di occhi. Si, ma non solo. Dico, è solo la procreazione il punto? Il tempo biologico ha a che fare anche con il microritmo di una giornata: è proprio lì che si consuma il distacco tra il bioritmo e quello della società. Le sofferenze quotidiane vengono sopportate, ma mai raccontate, per questo - in un mondo dove vale di più la narrazione della realtà - spariscono dall’orizzonte comune di senso. Non esistono, nessuno se ne fa carico, se non il mercato che, per dirla a là Galimberti, conosce meglio i giovani delle famiglie e delle scuole, e dà loro una via d’uscita: la sbronza consumistica, a volte ‘alternativa’ come l’ombra longa o il mercoledì sera padovano. Le metafore giornalistiche, poi, sono sempre le stesse: leggo di ‘fiumi di alcool’ e ‘popolo degli spritz’ da quando avevo quattordici anni, senza mai nessuno che dalla cronaca fosse in grado di esplorare il genere della microstoria. Ci vuole coraggio, lo so. Ma come dimenticare le opinioni di quel clown: «C’è una medicina di effetto momentaneo: l’alcool. Ci sarebbe una guarigione duratura: Maria. Maria mi ha lasciato». La ricerca della guarigione duratura è diventata un lusso per pochi, forse questa è una delle più grandi ingiustizie dei nostri giorni.
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