“C’è un tempo per costruire e un tempo per abbattere”, chiosa il libro biblico di Qoelet. E ha ragione. In effetti nella vita arriva un tempo per tutto, per una cosa e il suo contrario. Guai se non costruissimo: non siamo fatti per abbrustolirci al sole, né per nidificare sulle costole delle montagne. Bisogna mettere su casa, e farlo non è semplicemente ammassare alla bell’e meglio dei mattoni per ripararsi dalle inclemenze del tempo. Edificare una casa è una delle esperienze umane fondamentali: un uomo senza casa non potrà mai sentirsi a casa nel mondo. I profughi lo sanno bene. E di questi tempi, purtroppo, anche noi giovani figli delle società post-moderne a rischio di non riuscire più a costruirsi una casa. Generazione di sfrattati. Come fai con stipendi da camerunese? Ma senza una casa, come potrai dare riparo agli affetti, coprire le ferite della vita e introdurre nel mondo i cuccioli? Senza una casa, il mondo è un groviglio di liane e rovi, e fortunato chi ha braccia buone per tirarsi su. Chi non le ha, fatti suoi. Meraviglia del costruire, nozze di natura e cultura. Nell’impasto della malta c’è tutta la coesione e la durezza del minerale, ma già la preveggenza dell’occhio che disegna le geometrie delle stanze. E nel pigmento delle terre macinate, si sprigiona il colore che ne rivestirà gli interni. Perché l’umano sta nel dettaglio. E questo, il lupo non lo sa. Allora una scala a chiocciola (fortunato chi ce l’ha!) non è un banale montacarichi: piuttosto infinita trascendenza alle stanze della paternità e della maternità, della fraternità e dell’amore consumato. Una semplice scala d’interno, non è un ascensore. È un’ascensione. Certo: se in un bugigattolo di quaranta metri, ti costruisco un bagno cieco allora, per me, tu sei le tue deiezioni. Non me ne frega proprio niente di te. E purtroppo, di tali mostruosità ce ne sono fin troppe. In quegli alveari umani, dove accatastiamo “forze lavoro” -molte volte dal sud del mondo-, la qualità della vita finisce giù per la turca assieme alle scorie dei loro abitanti. E alle loro speranze. In realtà non occorre andare nelle periferie delle metropoli per gustare il brutto; le zone del nord est e proprio quelle nostre, trevigiana e padovana, vantano un primato da Guinness. Densità di cervelli per chilometro quadrato? Magari. No, densità di capannoni per metro cubo. Un mosaico di cemento e prefabbricato degno di voce enciclopedica, arte bizantina rovesciata al servizio del dis-umano. Ecco, allora che viene anche il tempo di abbattere. I capannoni? Mah, se fosse necessario, chissà, magari anche sì. Anche ai padri ormai gli è entrato in testa che il boom degli anni ‘60 gli è sfuggito di mano e che il criceto economico ha figliato mostri. Una babele leptospirotica di inquinamento, stress, sporco, frustrazione, lusso e miseria, stacanovismo patologico e disoccupazione coatta. Già. Perché al sistema è successo proprio ciò che capita ai topi: ha divorato i suoi figli. Allora, dagli antichi ci viene una sapienza modernissima: c’è un tempo per costruire e uno per abbattere. E forse, per la nostra generazione, è arrivato questo tempo. Abbattere soluzioni vecchie. I muri si fa presto a buttarli giù, meno si fa con le idee e le logiche di finanza. Qualcuno ha detto che il denaro non dorme mai. Forse l’antidoto è proprio risvegliare il pensiero, e per me le pagine di questo giornale, come qualsiasi altra risorsa che ognuno potrà scoprire e condividere, beh, saranno l’unica per salvarci.
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