Ci hanno privato dell'orizzonte. In Italia, dagli anni '90 fino a poco tempo fa, fino alla crisi, abbiamo costruito e cementificato 4 volte più della Francia. E non è che noi, nel frattempo, siamo stati travolti da un baby boom, da un'emergenza demografica, milioni da bambini da accogliere dentro 4 mura. Semplicemente, abbiamo costruito, costruito, costruito, e quindi ci siamo – fisicamente – privati dell'orizzonte. Non è una metafora. È che proprio l'abbiamo rimosso. E quindi ci siamo tolti la possibilità di vedere, di vedere oltre, forse anche di vederci. Abbiamo tirato su muri anche tra di noi. Perchè lo abbiamo fatto? Perchè ci piaceva vivere così? Mah, forse perchè non abbiamo pensato. E non è che se noi smettiamo di pensare, poi le cose s'aggiustano. Nell'assenza di pensiero, di sensibilità umana ed umanistica, a decidere le sorti del vivere ci pensa l'Economia, la Tecnica, il Mercato. Mercivivere. Tecnovivere. Il mercato è una razionalità, è un tecnopensiero che ci toglie il fiato, che si sostituisce a noi. A lui non importa la nostra sorte, gli interessa solo la miglior circolazione delle merci e del denaro al minor costo possibile. E quindi, evidentemente, gli faceva comodo costruire. Senza parametri, senza tenere in considerazione gli uomini, noi, il nostro vivere. Questo non è “vivere”. È Mercivivere. È Tecnovivere. Cazzo. Ed ora? Ora che facciamo? È un bel casino. Si tratta di pensare. C'è tanta gente che si crea delle nicchie, dei posti, delle caverne. Si fa i propri percorsi, cerca un equilibrio, emigra in Oriente o si fa l'Oriente in casa, attendendo che l'Occidente, terra del tramonto, tramonti del tutto. Tanto noi il tramonto non lo vedremo, non lo possiamo neanche vedere, non ce ne accorgiamo, perchè come si fa a vedere il tramonto senza orizzonte? Non lo vedi. Non ti accorgi neanche che stai tramontando. Vedi solo che è buio, sempre più buio. Eppure bisogna dare una speranza, anche solo perchè è bello così, “bisogna dare una speranza” è una cosa che ti insegnano anche al Catechismo, qualcosa devi dire di “positivo”. E allora, credo che la sfida sia mettere in rete le buone pratiche del vivere, e far vedere–percepire che c'è tanta voglia di Equivivere. Di vivere in equilibrio, in armonia, in bellezza. Di mettere dentro al “vivere” un pensiero “altro” rispetto a quello del mercivivere-tecnovivere. Il segreto, forse, è fare rete. Intrecciare storie, racconti, per provare a sviluppare una narrazione, un altro libro, dentro cui entrare. Ecco, di questo c'è bisogno. Far sentire che c'è un minimo di sicurezza, accoglienza, in questo altromondo dell'equivivere. Che esiste. Non è fuffa e filosofia. È fatti. Che però vanno messi in relazione, incontrati. Dove sta il valore aggiunto? Dove sta il senso? Non so. L'unica cosa che mi viene da evocare è che c'è un miracolo nell'incontro tra due uomini, quando non è mediato dalla tecnica e dal mercato. Mi vien da dire così. E mi vien da stare zitto, e lasciare che questo miracolo faccia il suo corso, viva ed espanda la sua fascinazione.
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