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Nel nostro Paese, in base alle previsioni dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT), la quota di popolazione con più di 65 anni passerà dal 20,4 per cento del 2010 al 27,1 per cento del 2030.
In termini assoluti si passa dai 9,6 milioni di ultrasessantacinquenni del 1996 ai 14 milioni e mezzo del 2030. Se si considera la classe degli ultrasettantacinquenni l’invecchiamento della società italiana appare ancora più accentuato: la quota di tale classe sul totale della popolazione passa dall’attuale dal 10 per cento del 2010, al 13,4 percento del 2030; in termini assoluti si passa dagli attuali 3,8 milioni ai 7,2 milioni di cittadini nel 2030. Per effetto di queste dinamiche, nel 2030, sono previste 307 persone con più di 65 anni per ogni 100 ragazzi al di sotto dei 15 anni di età. Le proiezioni demografiche per le regioni del Nord-Est, in particolare, prevedono nel prossimo ventennio un aumento degli ultrasessantacinquenni da un minimo di 200 mila unità a un massimo di 500 mila unità (considerando i miglioramenti della sopravvivenza) e tra queste l’aumento maggiore sarà per gli ultraottantacinquenni (+ 150 mila). L’invecchiamento della popolazione è strettamente connesso all'aumento delle patologie cronico-degenerative. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della salute (WHO2002) indica per l’Italia un’attesa di vita alla nascita con disabilità di 7 anni per gli uomini (attesa di vita 76,2 anni) e di 9,2 anni per le donne (attesa di vita 82,2 anni). Il quadro epidemiologico prefigura uno scenario in cui le condizioni di cronicità, se non adeguatamente gestite, richiederanno nei prossimi anni un assorbimento di risorse tale da generare rilevanti problemi di sostenibilità economica, non solo per il sistema pubblico, ma anche per i bilanci personali e famigliari. |