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Vale quella notte non riusciva a dormire. Il pensiero di quel bambino le toglieva il sonno da giorni ormai.
Avvolta in una coperta, fumava nervosamente una sigaretta fuori dalla sua stanza, noncurante della puzza che entrava nella camera e della sua compagna che, invece, dormiva profondamente. Vale si chiedeva come ci riuscisse. Anche lei, in fondo, era coinvolta in vicende umane disastrose, anche a lei venivano affidati casi impossibili da gestire, eppure, dormiva profondamente. Vale continuava a pensare al suo bambino, quel bambino speciale che dal campo profughi doveva essere inserito in una scuola che non lo voleva. Si chiedeva se lei fosse l’unica ad interessarsene. Gli altri volontari erano troppo impegnati nelle loro imprese per curarsene, mentre i suoi responsabili ritenevano che il suo entusiasmo e la sua voglia di lieto fine meritassero niente di più che uno sguardo compassionevole. Ma Vale non ce l’aveva con loro. Li capiva. Facevano quel lavoro da così tanto tempo che dovevano averne viste e vissute davvero di tutti i colori. Non erano indifferenti, ma disillusi. Vale però non nutriva sentimenti di comprensione per quegli uomini incravattati che arrivavano scortati da auto blindate e vestiti firmati e che tra mille sorrisi distribuivano promesse che sapevano di non poter mantenere. Rappresentavano una Carta, un Giuramento scritto in un’epoca in cui il mondo aveva avuto un assaggio della sua fine, un Giuramento dai principi nobili, sulla Carta, appunto. Quando i primi raggi di sole nascosero le stelle, Vale si rese conto di quanto freddo facesse quella notte. Decisa a non mollare, si diresse verso la civiltà, intenzionata a rompere le balle a chi di dovere. Durante il viaggio in metropolitana, una signora le fece notare gli sguardi poco rassicuranti di due personaggi piuttosto ambigui. Se fosse stata una giornata qualunque, Vale avrebbe avuto paura, avrebbe forse urlato o pianto, ma quello non era un giorno qualunque. Tornò al campo quando il cielo era dipinto di un arancione acceso, cercò la mamma del suo bambino speciale per darle la bella notizia. La donna si inginocchiò e stringendole forte le gambe pronunciava una parola che Vale non capiva. Guardò con aria interrogativa l’interprete che, sottovoce, tradusse: “Thank you”. |