|
“Al palazzo! Al palazzo!” Urlano in diversi. Sassaiola, sassate, pietre che rompono. “Spacchiamo!” “Uniti!”. Sembrano furibondi. Ma nei lori occhi si legge soltanto la delusione.
I disperati belli, ragazzi e ragazze abbracciati a fare la rivoluzione. È notte, il cielo è di quelli limpidi -un esperto saprebbe leggervi le costellazioni- ma si guarda diritto. Il tempo della poesia è terminato. La presa del palazzo è vicina, i corpi a terra sono molti e sanguinano caldi, ancora per poco. “Escono! Escono!” dice qualcuno, ma sono burocrati minori, dirigenti da poche centinaia di migliaia di euro l'anno. “Fino all'alba, fino all'alba!!” si incoraggiano tutti, stretti nell'abbraccio mortale della rivoluzione. I disperati belli lottano con armi povere, hanno esaurito la poesia, sono diventati semplici e concreti. “Lanciare! Lanciare!!” Le ossa si premono sotto le cariche dei blindati. Sono rumori innaturali, ossa che scricchiolano, braccia che si piegano e lanciano. Sassi, sassate, sguardi che si toccano. Quando uno cade, un altro è dietro in questo esercito dei disperati belli. Hanno il sorriso deluso di chi ha capito che non c'era alternativa. Per superare il benessere si doveva soffrire, rischiare, morire. Quella notte non sarebbe passata alla storia. Non era la presa della Bastiglia, non c'era quell'aroma di fare la storia. Era la notte che doveva ancora venire, era la notte che si avvicina, la notte che sarebbe stata presto... ma quando? |