Il dito gaveva scombatuo tutta la notte. Un po’ il dolore, un po’ sentire il battito cardiaco lì in fondo, sulla punta dell’indice, tutto intorno al taglio, mi aveva lasciato fastidiosamente insonne. La ferita era profonda.
L’insonnia da dolore fisico lascia vuoti i pensieri. Il dolore fisico si impossessa della tua persona. E non ti fa andare da nessuna parte. Per questo ero stato sbrigativo, quasi villano, la mattina seguente al pronto soccorso, è stato tagliando i capussi, spiegai all’infermiere. Perché lì, al pronto soccorso, dovetti dire anche della cosa. Dell’ospite nei miei polmoni. In fondo la chemio l’avevo finita solo due settimane prima. Della cosa non ne parlavo, mai, con nessuno. A volte però avrei voluto svaccare, mi divertiva immaginare una situazione in cui sarei riuscito a parlarne con leggerezza, fare il verso alla vecchia zia Ina che sbagliava sempre le parole, a go un timoooore che no te ghe gnanca idea. Quel taglio al dito mi aveva davvero messo a terra. Il dolore fisico e la paura, quando si impossessano di te, sono una notte a cui resta sempre molto per finire. L’avevo imparato in due fasi diverse. Da subito, il giorno che il dottore mi disse della cosa. Lo ricordo muoversi come un rabdomante, spostava le lastre per la stanza cercando un po’ luce per ri-guardarle ancora una volta. E’ il momento in cui è la paura a prendere il sopravvento. In fondo stavo bene. Venivo da una vita normale. Quel giorno al bar prima di entrare nell’ambulatorio oncologico dal mio dottore, con destrezza, avevo scroccato perfino una cicca (spesso mi prendevano in giro el pi gran scroccatore de cicche dee tre venessie, dai tempi dea guera del quindasedisdoto). Una Lucky Strike. Anche le cicche mi stavano cojonando. La paura. Credo di essere stato davvero bravo. Ho dovuto re-imparare a fare tutto: guidare la macchina con la paura, chiedere il giornale all’edicola con la paura, vedere due ragazzi che si baciano con la paura, sentire il caldo con la paura, inciampare in irriducibili momenti di allegria con la paura. La zia Ina avrebbe commentato con uno dei suoi cavalli di battaglia ove par poco el cor non se spaura. Le sue famose varianti di citazioni fuori tema, memoria di una lontana - e finale - quarta elementare. Succedeva molto raramente, ma quando le imbroccava, le sue citazioni erano come un’intera metafisica che si rivelava. Poi invece, la notte, quella notte lì, si riempie d’altro. La paura lascia il posto al malessere fisico, al dolore. Un dolore nuovo. E’ il dolore della cura, gli effetti della chemio. Nelle settimane in cui imparavo questa nuova condizione, nei giorni in cui il malessere era un’eco sottostante e pervasiva, mi tornava alla mente la zia Ina che raccontava di quando andavano, sensa indormia, dal dentista del paese a cavarse via el doeore. E sentivo un’assurda nostalgia per quel dolore fisico così brutale e primitivo, per quelle notti che finivano. Il filo costante di emicrania, il senso di nausea. E poi le ulcere in bocca. I sapori migliori, bruciavano come l’alcol nelle ferite. Una cosa però accade. Ti scompare la paura. Non hai più spazio per lei. Né tempo. Insomma, tutto accadde tagliando i capussi. Belli, compatti, bianchi. De casa. Il ciclo di chemio era finito da due settimane. Esami fatti. Il giorno dopo sarei andato dal mio rabdomante a sentire la sua ennesima sentenza. Tutto sientifico, s’intende. Stavo un po’ meglio. Anche le ulcere in bocca pungevano meno. Col dito fasciato non riuscivo a fare niente. Adio capussi. Adio capussi sofegai. Adio capussi insaeata. Era tardi, ancora si sentivano gli schiamazzi della sagra. Mi venne un’intensa voglia di carne. Corsi veloce verso il tendone. Lo so per esperienza, alle sagre si chiude presto la cucina, senza eccezioni, senza appello. Trovai uno dei cucinieri in meritato riposo che fumava seduto, solo, in un tavolo appartato. Nella sua faccia molti anni di sagre e molti bicchieri di rosso per placare il calore dell’estate e delle braci. Chiesi se era avanzato qualcosa. Vao vedare, ma go timore. Tornò invece dicendo di sì. Che se mi accontentavo, qualcosa c’era e che adesso me lo avrebbero portato. Si sa, alle sagre, i cucinieri non servono in tavola. Lì con lui, in attesa del residuo di grigliata mista, il silenzio mi imbarazzava. Qualcosa dovevo pur dire, anche per dimostrare gratitudine per il suo interessamento. Non mi uscì altro che: capo gavariseo na cicca da offrirme? Con negli occhi una mitezza quasi rude, mi porse una Diana un po’ storta, pacchetto morbido. Accendendomela, senza guardarmi, disse: e ze quee blu, e te fa na tosse bea morbida. Oltre il bancone, in cucina, le donne stavano sistemando le ultime cose. A mo’ di didascalia di quella scena, la zia Ina, il cui spirito ormai si era definitivamente impossessato di me, avrebbe forse commentato traverse e canevasse osillavano lievi al triste vento. N.d.r.: Gualtiero Rossi era morto la scorsa primavera. Per ora ha deciso di risorgere. Per ora. |
