Il canovaccio è logoro oramai. Attraversa mille e mille attori, a cui riesce a far fare la stessa parte. Già vista. Sempre di quella.
Eppure il suo diabolico potere di persuasione si rigenera ad ogni esecuzione, aumenta addirittura e rafforza nelle comparse il suo convincimento. A recitare è lei, infatti. La partitura. Si serve di noi solo per alimentarsi e riprodursi, solo per propagare il suo delirio con allucinazioni di benessere, con sensazioni a basso tasso di pensiero su epidermidi giovani e più attaccabili. E attecchibili. Rapprende come una seconda pelle sulle generazioni tristi la scrittura del degrado, si viene al mondo col suo tatuaggio. Da noi, si nasce già programmati al consumo. Viene prima dell’anima e della coscienza. È subito sotto la ghiandola pineale l’induzione a consumare. La differenza, anzitutto. Dei corpi, del giorno e della notte, della fame e della sazietà. Della terra e dell’asfalto. Consumazione delle differenze è il programma che, ignari, abbiamo iniettato tutti noi convinti di essere felici, giovani del crepuscolo. Ignari e ignavi. Macchinette della pulsione a bruciare “questo”, perché la partitura ha già pronto “quello”, la scheda madre ha già la sua risposta: è inutile, tanto è così. Non si esiste fuori dal sistema. È uno sfigato chi gli resiste.
Non ti troverai la ragazza senza i mocassini dell’omologazione. E la lampada dell’assuefazione. L’anno scorso, con un gruppo di ragazzi della mia parrocchia, ho avuto l’occasione di frequentare un’esperienza fuori dalla partitura. Quei contrappunti così rari che ad un certo punto non pensi neanche che possano esistere più. Si tratta del Sermig di Torino (SERvizio Missionario Giovani), fondato da Ernesto Olivero, un signore sulla settantina sposato con figli, che nel corso della sua giovinezza assieme ad un gruppo di amici coltiva un sogno: sconfiggere la fame nel mondo. Siamo a metà degli anni sessanta, nell’onirismo dilagante delle grandi utopie. Solo che, mentre alcune si fermano alle barricate (e altre, purtroppo, al piombo) questa sversa oltre gli argini di quegli anni e arriva ad oggi sotto la forma di un arsenale d’armi (quello dei Savoia, prima che Emanuele Filiberto ci offendesse così tanto finendo a cantare con Pupo) trasformato in arsenale di pace. In questo arsenale vivono un cinquantina di ragazzi e ragazze molto giovani, che hanno fatto la scelta di vivere la povertà, la castità e l’obbedienza senza però sfumare in forme di spiritualità alienanti, senza carne e affetti. Questi danno da mangiare ogni sera a un migliaio e più poveri della città; accolgono ragazze di strada; animano il quartiere in cui vivono; e fanno cooperazione internazionale in modo intelligente, lavorando sodo (d’estate organizzano campi di lavoro per giovani) e promuovendo autentico contro pensiero. Il tutto senza una nota di leziosità. Senza quella sottile, cattolica talvolta, consapevolezza di essere “di più” e meglio. Un monastero metropolitano fondato da uno sposato, primo caso nella storia, in cui la lode dell’Altissimo è l’amicizia con gli infami. Uno sprazzo di mondo due, visto senza aver tirato una riga. Ma, porcogiuda... C’è niente di più vicino? |
