L'avevamo detto. In tante salse, dentro pezzi spesso uguali a sé stessi. Cambiavano solo le cose essenziali, ovvero le sfumature.
L'avevamo detto. Che un modello economico era al capolinea, che il mercato non era eterno, che andava rivoluzionato il modo di intendere l'economia, e quindi il lavoro, e quindi le relazioni, e quindi la vita. Avevamo detto anche quello di cui tutti hanno bisogno, quello che tutti chiedono. Di essere amati. Che qualcuno ti sfiori di bene. Un po'. L'avevamo detto. Per mesi abbiamo annunciato il nuovo mondo, il mondodue. Quello dopo la crisi, quello che necessitava di una nuova resistenza, quello che andava costruito come dentro un nuovo rinascimento. L'avevamo detto, divertendoci su un Veneto di capannoni e puttane, di immigrazione, calcio, cinesi e paesi di merda. Veneto di impresa e lavoro, senza piste ciclabili e senza arte né parte, Veneto di precari e uccelli fragili e di gnocca che civilizza. L'avevamo detto. Poi, d'un tratto, il dire non resta più di nicchia, diventa traccia, orizzonte comune, si intreccia ad altri orizzonti, ad altre visioni, nascono esperienze. Le idee camminano, il vento cambia, il mondo cambia, arriva quello nuovo. Un po' sbolso, a dire il vero. Strano, confuso. Ma siamo ad un passaggio d'epoca. Quello che noi avevamo detto sarebbe arrivato. C'è. È vero. Lo sanno tutti. Lo sentiamo, no? E non era forse questo il senso del nostro "dire"? Solo che, ecco, tutto questo dire e predire per un po' ci ha ammutolito. Ci siamo sentiti orfani dell'idea forte. C'è ancora qualcosa da dire? Di forte, di vero? E, domanda tragica: toccherà a noi dirlo, questo racconto altro, forte, vero? Forse bisogna pensare. Forse bisogna soffrire. Il dolore, si sa, rende intelligenti anche i deficienti. Soffrire perchè nulla sarà semplice, facile, veloce. C'è tanta fatica da fare, tanto da ricostruire, tanto da creare. Forse non basterà solo “dire”. C'è da fare, c'è da creare. C'è da pensare a nuovi verbi. E allora prima di fare, prima di creare, bisogna pensare. Bisogna soffrire. Soffrire dentro luoghi che esistono, dentro storie vere. Paolini traduceva Amleto, o forse Godot, non so:“E se se copassimo?”. E se se copassimo? Non ancora dai. Non "se copemo". Bisogna pensare cose non ancora pensate. E poi fare, creare. C'è da vedere il "dire", un "dire" da toccare, che sudi, che puzzi. Che sia forte, che sia vero. Che rimanga. Ci siamo presi una pausa di qualche mese. Ora ripartiamo. Il suicidio di STILELIBERO, al momento, è rinviato. |
