La nonna Nerina glieli citava spesso quei versi a Gaia. Li aveva letti in qualche libro di suo figlio testacalda. Lo zio di Gaia. Molti anni prima. Poco prima che lo stesso scomparisse, venticinquenne, schiacciato tra le lamiere di una duecavalli rossa di ritorno da un concerto di Bob Marley, “chel scavijon negro drogato coa a bareta a coeori”. La sua morosa, oggi cinquantenne, porta nelle sue gambe ferme i segni di quella assolata giornata di giugno. Una giornata che per molti sarebbe stata ricordata per il suo sapore acerbo e gioioso. Per loro no. “Paroe bone pa nialtri veci” diceva. “L’uomo che sa / e non si volta / che sa d’aver più conoscenze / ormai di là che di qua”. Nerina la diceva in lingua: “L’omo chel sa / e nol se volta / chel sa de vere pi conosense / ormai de à che de qua”. E aggiungeva: “l’è un poeta minore de quei che no i te insegna scoea”. Fatto sta che il sapore della provvisorietà e di essere confinanti con l’ipotesi del dolore, mescolati ad una buona dose di cupezza, era un’arietta che la nonna aveva imposto all’andamento delle relazioni famigliari. Ma Gaia ancora non lo sapeva. Come molte altre nonne si occupava dei nipoti. La quantità di tempo trascorsa insieme con Gaia superava di molto quella dei suoi genitori. Per il tempo, oltre un certo limite, la quantità diventa qualità. Diventa romanzo di formazione. Racconto vissuto. Nel giro quotidiano per il paese, al cortile della scuola a vedere i bambini in ricreazione, alla fermata in panificio, qualche volta dal giornalaio, al parchetto giochi, si aggiungeva sempre il capannello attorno al posto delle epigrafi. Sul seggiolino della bicicletta gli occhi di Gaia erano come carte assorbenti. Era come un appuntamento comunitario. Poco più in là, invise, solo le babanti straniere usavano incontrarsi a discorrere, a raccontarsi. Immemori i vegliardi indigeni: “se vede che da lore costumarà cussì, seto ti…” Lì, alle epigrafi, i commenti ricorrenti (“el ga finio de triboeare”, oppure dal solito menagramo: “lo gavevo visto ben la settimana scorsa”, e ancora: “l’è sta anca fortunà, zera a terza volta che i ghe dava i oji”) si affiancavano, a mezza voce, le notizie inconfessabili sul compianto. Quando oramai i fantasmi della vita non fanno più paura. E poi le salvifiche questioni organizzative su orari, rosari, “i parte da l’obitorio ae tre e mesa, no ae quatro…”, “ i o sepeise al so paese”. Il fare che rimanda i pensieri più faticosi. Per Gaia tutto era fonte di curiosità. Un teatro complesso che la nonna, il paese, i grandi, lo spirito del tempo mettevano in scena per lei. Compreso il cimitero. Le cose di sempre: l’odore erbaceo dei fiori che si sente solo lì, la mancanza cronica dei bussolotti per l’acqua, la “resa” dei fiori di plastica, le scale con le ruote per raggiungere i loculi più alti “no no, no vao pi su fin insima là; a me ze vegnuo un mancamento l’ultima volta, sarà sta a pastiglia…”. E le cose della nuova era: il timer dei cancelli (“i me ga sarà dentro, me ga tocà ciamare in comune, ma te poi imainarte se ghe gera qualcun a rispondere de pomerigio”). E poi la raccolta di firme per far mettere le telecamere. La guerra per accaparrarsi gli ultimi loculi (“co tuto queo che go triboeà co l’artrosi no me fasso mia metare par tera, massa umido”). Con l’età Gaia raffreddò il suo entusiasmo per quello che da piccola invece, come ogni mondo da scoprire, stimolava la sua curiosità e fantasia. Non le tornavano i conti. Soprattutto le prediche ai funerali. Nell’oscillare tra il bon ton e l’urgenza della consolazione, quasi mai toccavano l’osso delle questioni. Delle domande. Per questo rise di gusto quando da un vecchio mangiapreti, in una discussione per un re di bastoni sbagliato, sentì dire “te si falso come na pigrafe”. Gaia dopo l’inconsapevole tirocinio della nonna Nerina si era ritrovata ad essere particolarmente sensibile all’alfabeto dei riti del congedo. Alla soglia della vita adulta cominciò a macinare l’idea che il congedo - la frequentazione di quel momento - poteva diventare un corso accelerato di formazione all’esistenza. Una opportunità di apprendere sguardi sul mondo. Di sapere il senso lungo della storia. Della lunghezza storie. Si appassionò alla fotografia. I luoghi presso i quali nonna Nerina l’aveva introdotta da piccola avevano bisogno di essere riguardati attraverso un schermo, una protezione, un velo. Per sopportarne la necessaria menzogna. Come se davvero quel vecchio mangiapreti avesse avuto ragione. Li fotografò mille volte. Da tutti gli angoli, in tutte le stagioni, in tutte le ore. Cimiteri e funerali. Pose dei preti dal pulpito. Le chiacchiere attorno al posto delle epigrafi. Le voci. A volte pezzi di dolore dagli occhi. Le badanti, ragazze dell’est, sullo sfondo. Non era, il suo, un semplice culto, moderno e attualizzato, di un’antica opera di pietà. C’era qualcosa d’altro. Come se avesse il bisogno di cercare tutto il trovabile nell’arrancare di quei fine corsa. L’evocazione di qualcosa di nuovo e urgente. Non era neppure una motivazione religiosa la sua. Il vecchio mangiapreti si era fatto spazio dentro di lei. “C’è la potenza di qualcosa dentro tutto ciò” si ripeteva. Lo sapeva. L’aveva sempre saputo. Non poteva essere che lei bambina avesse subìto solo un imbroglio. “Quella tristezza contiene anche una bugia”. Lo capì definitivamente dopo lo sviluppo di un rullino in bianco e nero. Non se n’era accorta mentre scattava la foto. In piazza, fuori da un funerale alcune persone vecchie in primo piano; sullo sfondo a lato badanti-ragazze dell’est. Nei loro visi, lo stesso lieto, disperato, fraterno sgomento. Quella foto la regalò alla nonna. A far da dedica una poesia. Scrisse: A nonna Nerina. Dallo stesso libro dello zio, che di ritorno da un concerto, “de queo là scavijon negro drogato coa a bareta a coeori”… Tutti riceviamo un dono. Poi, non ricordiamo più né da chi né cosa sia. Soltanto, ne conserviamo – pungente e senza condono – la spina della nostalgia. Gaia. Da allora Gaia non ha ancora ripreso in mano la nikon.
Nota: senza Giorgio Caproni queste righe non sarebbero state scritte.
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