Il risultato elettorale descrive un paese fermo lungo i confini del contemporaneo, troppo stanco e disilluso per mettere la benzina necessaria. Il Veneto si chiude nelle tradizioni ormai consumate dal Tempo, buone solo per qualche scorrazzata folkloristica, così ancora una volta questa regione muore nel suo narcisismo e nella felicità per il pittoresco che - come scriveva Piovene - «lo distraggono dalla spinta per il mutamento e lo affezionano al suo stato». Nei racconti di scrittori e genitori a volte si respira un Veneto diverso, quello delle osterie - luoghi di comunità e non di razzismo - ma io nasco nel millenovecentoottantasei, quando i non-luoghi sostituivano i luoghi e un partito, la Lega Nord, connotava il territorio attraverso suggestioni e riti pseudoreligiosi, che richiamano alla memoria il movimento völkisch più che una partita a briscola e una certa ideologia della destra anni ‘30 più che ‘on goto de vin roso’. La mia coscienza politica, poi, comincia con l’Imperatore Galan: da quel momento non mi pare sia accaduto mai nulla di memorabile, a parte la diffusione di un’idea megalomane e affarista della politica. Le urne hanno cambiato l’ordine degli addendi (prima Lega poi Pdl) ma il risultato non cambia, se non, forse, nello stile. Dentro questa sbronza (vino nostrano ovviamente) collettiva - di quelle che ingannano la fatica, alterano i sensi, offuscano la chiamata e l’urgenza di una risposta - non si riconosce più l’altro sia che venga dal Ghana sia che abiti nel quartiere vicino al nostro. A questo esiste una risposta e non solo perché i fenomeni politici non sono mai eterni: l’ascolto senza presunzione pedagogica può essere un buon inizio. Poi c’è il rinnovamento - certo - che è un fatto anagrafico, ma non solo. Una nuova generazione deve saper interpretare il mondo 2.0 e trovare la connessione sentimentale con il popolo: uno sforzo di studio e uno di anima. La politica, una nuova politica, deve essere in grado di conoscere i fenomeni, indagarli e condividere le buone pratiche e inchieste. La politica, una nuova politica, deve occuparsi sempre meno di quelli che Primo Levi definiva soul destroying tasks: «compiti che distruggono l’anima». Insomma, è urgente «andare oltre», da subito. |
