Questi mesi ci hanno regalato una nuova storia da raccontare; come durante ogni campagna elettorale ci è stata data l’occasione per guardarci dentro e per guardarci attorno, per cercare di capire dove siamo e chi siamo. Ci siamo resti conto che probabilmente molto di quello che conoscevamo, che aveva il profumo delle cose consuete e familiari, è stato battuto da un vento gelido, che abbiamo chiamato “crisi”. Quello che resta non è certo solo un cumulo di macerie da guardare affranti, che a drammatizzare troppo si rischia di perdere il senso della misura; forse oggi è un po’ più facile guardare all’essenza delle cose, visto che “le cose” sono state scarnificate dalla tempesta che le ha investite. Ci si rende conto che abbiamo visto quello che non pensavamo potesse esistere: il nostro orgoglio di gente “del lavoro” minato alla propria base, il nostro modo di intendere il mondo e i suoi valori messo alle strette da elementi che sfuggivano al nostro controllo e che abbiamo perciò deciso di fingere di ignorare: la grande finanza internazionale, i grandi “potentati economici”, i “poteri forti” che stanno tutti oltre i confini dei nostri fiumi e dei nostri monti. Ma se non ti occupi del mondo, prima o poi sarà lui ad occuparsi di te, e non è affatto scontato che le sue cure ti piacciano. In pochi mesi abbiamo visto le fabbriche svuotarsi; prima dei pezzi prodotti e poi degli uomini. Abbiamo visto i supereroi del veneto artigiano andare in pezzi, prima come persone e poi come soggetti economici: fallimenti aziendali vissuti come drammi esistenziali da coloro che avevano fatto del lavoro la cifra stilistica della propria vita. In tanti, in troppi, non sono riusciti a piegarsi al vento per farselo passare addosso e hanno ceduto di schianto. Querce anziché giunchi. Continuiamo a ripeterci che il vento è destinato a calare, mormoriamo il nostro mantra, la nostra preghiera, con la speranza che sia esaudita in fretta. E qualcuno comincia a pensare a domani. Perchè quando la tua casa crolla puoi fare solo due cose, in fondo. Piangere. O ricostruire. Per antico orgoglio i veneti sono sembrati a lungo gente incapace di piangere, troppo impegnata com'era a costruire un sogno fatto di capannoni e presse che ricoprivano vacche e stalle. Come antichi cristiani, usciti finalmente dalle catacombe della povertà e impegnati a cancellare i templi pagani che li avevano visti reietti e scacciati con le loro chiese scintillanti e profumate. Aprile è il più crudele dei mesi, seppellisce i corpi per permettere alla vita di rinascere. E domani ci sarà un Veneto nuovo da costruire. E chissà se sarà un Veneto di gente che guarda a domani, a sfide nuove di ideali prima che de “schei”. Una regione che sappia abbandonare il gusto perverso del “particulare”, del “vardate ti e i altri che i se ciava”, della logica del “piccolo è bello”, del “paroni a casa nostra”. Perché questa logica del piccolo ad ogni costo, questa libertà da corsari che abbiamo creduto di godere, ci ha resto immensamente fragili. Non siamo padroni del mare della Serenissima: ci siamo condannati a sfuggire a quel mondo moderno fatto di grandi gruppi e grandi agglomerati che abbiamo sempre rifiutato. Per anni anziché fare “sistema” in termini economici e sociali, politici ed industriali, ci siamo preoccupati di costruire nuove divisioni, di riprodurre in sedicesimo le storture di un gioco più grande. Adesso abbiamo davanti nuove sfide e nuove maggioranze. Ma soprattutto nuove responsabilità. Perché il vento soffia per tutti e su tutti. Nessuno può pensare di chiamarsi fuori. Quali sono le radici che s'afferrano, quali i rami che crescono da queste macerie di pietra?
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