Una sassaiola sta sferzando la Chiesa cattolica con violenza di tramontana. Gli scandali sulla pedofilia, hanno scatenato su fronti diversi, ma non avversi, una grandinata di accuse, di parole, di prese di posizione, di risentimento e di critiche, nei confronti della casta meretrix, come la chiamava molta patristica dei primi secoli: la “santa prostituta”. Forse anche le gerarchie dovrebbero riadottare questo titolo. Santa perché santificata da Dio, Colui che è fedele nonostante tutto; ma prostituta anche, perché rivestita della nostra carne di peccato. Come tutti, credo, sono sconvolto da questa onda torbida che si rifrange sui piccoli violati nella loro intimità e dignità, e ne provo vergogna. Però mi fanno paura anche le ronde epuranti, dentro e fuori le gerarchie, secondo cui bisogna estirpare la gramigna con leva di braccio violento, perché a questo gesto soggiace l’idea che ci sarebbe stato un tempo in cui tali obbrobriosità non c’erano, e la chiesa era perfetta e intatta come una vergine. Una sorta di età dell’oro a cui sarebbe seguita poi, con la vituperata modernità e soprattutto nei nostri giorni, una mollezza di costumi e di fede. Dispiace rilevarlo, ma anche tra le righe della lettera del papa ai cattolici irlandesi, pare emerga una specie di sottile perplessità sul contributo del Vaticano II e degli anni a seguire. Ovviamente non voglio dire che ciò sia scritto, e nemmeno si tratti della nota dominante del documento; piuttosto è come la “coda” di un profumo. Quell’ultima, quasi impercettibile fragranza che s’incaglia nelle narici. Eppure mi pare di sentirla. In realtà non c’è mai stato un tempo mitico, in cui la chiesa “era”, e ora non è più. Tempo in cui avremmo esiliato Giuda per sempre dalla cerchia dei puri, senza peccato. “I poveri li avrete sempre con voi”, dice Gesù nel vangelo; Giuda è nostro fratello sempre, gli fa eco don Primo Mazzolari. Forse perché Giuda non è solamente accanto a noi, ma anche dentro di noi, ci appartiene e appartiene strutturalmente alla piccola comunità. Anche a chi, per grazia di stato o di teologia, pensa di esserne immune. A dire che è assurdo pensare che tale problema si risolva ispessendo le bucce delle ginocchia sui legni duri dei banchi, in adorazione di Gesù “sacramentato”, o inasprendo le pene canoniche sui colpevoli. E manicheo: perché si divide la Chiesa in “noi” e “loro”, pensando che disinfestato il morbo, la malattia non si ripresenterà. In loro. Quanto manchiamo di realismo. Il problema c’è stato, c’è, e continuerà ad esserci anche dopo la tolleranza zero! Il punto è un altro: a fare male e sconfortare la gente non è il reato che va riconosciuto e sanzionato come qualsiasi altro, senza coperture per i preti o religiosi; purtroppo, forse anche da parte di eminenti si è fatto così, con la preoccupazione di coprire il crimine per preservare il buon nome della chiesa, quando invece la legge è uguale per tutti: anche per chi porta “crocette” o anelli. La pietra che fa inciampare, è che poteva -nostro malgrado- diventare dolorosa occasione per un confronto dentro la chiesa sul ministero dei preti, sulle condizioni per esservi ammessi e sul modo di esercitarlo. Prima fra tutte, quella del celibato. Da parte mia non condivido la tesi che propugna una equazione tra celibato e devianza; e nemmeno tra celibato e deficit di umanità. Gesù stesso, infatti, l’ha vissuto. Però, suvvia, non allestiamo impalcature: è assurdo ribadire la sacralità della regola ecclesiastica del celibato, come intonsa e irrilevante anche per questi ultimi casi di pedofilia. Certamente non in tutte le situazioni, ma io credo in molte, c’è una relazione tra un celibato mal vissuto o mal vagliato e il gesto pedofilo. Pertanto la chiesa dovrebbe ripensare questa regola di esercizio del ministero presbiterale e anche il percorso formativo dei seminari oramai avulso dall’esperienza comune. Così, la grandinata degli scandali che ci ha travolto, potrebbe diventare se “ricevuta” per il verso giusto, come il sale sulle ferite: che brucia, ma anche sana. Chissà se al sale invece, si preferirà ancora il Codice. E i pronunciamenti azzittenti di una chiesa che ha paura.
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