Venezia, 2121. San Marco era uno specchio di acqua limpida.
C’erano voluti decenni per ripulirlo dalla chimica e dai fondi di petrolio, regalo dei minareti di Marghera. A guardarla sembrava impossibile che fosse la stessa dei dipinti di Canaletto, ora che La Piazza si percorreva in gondola e gli ori della Basilica erano resi più brillanti dalle infiltrazioni di umidità. Era stato verso la metà del secolo che tutto sembrava essere andato perduto. Per sempre. Il crescere del mare aveva lentamente mangiato le calli e i campielli, nascosto le botteghe di cianfrusaglie per turisti. Aperto vie d’acqua nuove in una città che sembrava destinata a rimanere immutabile. Venezia di fronte al disastro era stata tentata di cedere, animale ferito da troppi colpi. Poi un fantasma le aveva sfiorato la schiena, rammentandole di essere viva. Ingegneri e idraulici, studenti e professori da tutto il mondo avevano trovato casa qui, affascinati dalla sfida di salvarla. Non c’erano riusciti. Non come speravano di fare, quanto meno. Ma Venezia per loro tramite si era riconciliata col suo essere Bastarda. Fatta di abeti trentini e pietra istriana, di madonne bizantine e santi mediorientali. Ed era ripartita. Si era aperta al mondo, Venezia, come aveva sempre fatto in passato. Voltando le spalle a quanti, sulla terraferma, non riuscivano a pensarla che come il Leone che fissa la gabbia delle montagne. Aveva guardato al mare e allargato le braccia. Non per sconforto ma per accoglienza. Ed erano arrivati in tanti, che di tanti c’era bisogno. Dura con chi non la rispettava. Calda con chi aveva imparato ad amarla per ciò che era, e non per quanto era stata. Ed era una città nuova, Lei che sembrava destinata a prender polvere come certi suoi vetri. Ad ammuffire come i suoi merletti. Ma San Marco è uno specchio di acqua limpida. E sullo sfondo dei minareti di Marghera si sentono ancora i gondolieri scambiarsi domande. “Ahmeeeeeed…. Gheto visto Juan Carlos?” “No, setu, proprio nooooo….” “I so morti caniiii!” |
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