|
Meglio il silenzio. Riflessivo, rispettoso, poetante e pudico. La ricorrenza ci consegna intatto lo slancio della nostra ultima classicità, attimo di equilibrio fecondo, intermedio felice tra due necessarie decadenze.
E mentre allora le madri accompagnavano con gesti semplici ma pieni di premura, i nostri padri si spendevano per un lascito speranzoso al mondo, un’unica figlia libera di giocare tra il sogno e la realtà, futura sposa di un intero popolo capace tanto di instancabile inventiva quanto di onesti sacrifici. Lei stessa, dimentica di parole e concepita nell’eterna giovinezza, non sapeva esprimersi se non nella sua fatale ingenuità, eleganza senza tempo, sensualità sincera ed indifesa. L’urgenza della fine indicò ai progenitori la necessità di un ulteriore lascito, quasi un testamento spirituale, che potesse accompagnare l’instancabile allegria della fanciulla in dote. Non si tratta di norme, tantomeno di ammonimenti, la nostra Costituzione è piuttosto un inno, il cerimoniale di una festa auspicata come in continuo divenire. Ne siamo ancora degni? Quando la contingenza ricade sull’intelligenza rischia di deviarla: alla sapienza di un profilo più basso, proteso verso il desiderio di prendersi cura delle fragilità – e qui forse tutta la lirica delicatezza del vivere – spesso si sostituisce la scaltrezza cieca e feroce del mero tornaconto personale. Spartite quindi le candide vesti, offesa ed irrisa per l’apparire delle prime rughe, conseguenti al grande dispiacere, attorniata come non mai da un’indegna mercificazione, Italia trova oggi conforto soltanto presso i pochi garanti rimasti, memori e custodi di quella stessa generosità iniziale, nella speranza viva di incrociare lo sguardo energico e carico di aspettative dei tanti giovani relegati nelle retrovie. Il 17 marzo metto la cravatta, magari per pensarti solamente un istante. Intanto un sogno mi tormenta: l’allegria del poco tempo che rimane – una festa popolare – la ressa e l’immancabile chioschetto. Dietro il banco un uomo corpulento, il grembiule lercio, affetta una porchetta: “Calma, calma, ce n’è per tutti!”. |